Discutere della voce di Alexa non aiuterà la parità tra i sessi

di Caterina Belloni

Sono sempre stata favorevole all’idea della parità dei sessi. Per questo mi piacciono gli uomini che insegnano alle scuole elementari, le donne che guidano gli aeroplani e coprono ruoli di prestigio in azienda, le coppie che si dividono i compiti di casa a seconda del tempo e delle necessità di ognuno. Sono per l’equità, senza eccessi in un verso o nell’altro.

Per questo sono rimasta sconcertata quando, qualche giorno fa, ho letto sul Times che l’Unesco ha bacchettato Amazon e Apple dicendo che i loro sistemi di assistenza digitale sono sessisti.

A non convincere l’Unesco è il fatto che si tratti di donne, chiamate Alexa e Siri, e che ci sia nel loro tono di voce un certo stile compiacente, che ricorda lo stereotipo della donna sottomessa. Secondo Saniye Gülser Corat, direttore della parità di genere per l’Unesco, si tratta di macchine passivamente obbedienti con voci di donne, che entrano nelle nostre case, nelle nostre auto e nei nostri uffici. “La loro sottomissione influenza come la gente reagisce alle voci femminili e come le donne rispondono a richieste e si esprimono” ha precisato.

Anche la battuta delle assistenti virtuali, che dicono “se potessi, arrossirei”, dopo che hanno ricevuto un’offesa o un apprezzamento pesante, è sembrata alla commissione dell’Unesco un segnale del fatto che questi congegni incarnano lo stereotipo della donna sottomessa al maschio, che subisce.

Atteggiamenti considerati assolutamente inaccettabili, specialmente in epoca di #meetoo. Il movimento contro le molestie e i soprusi alle donne, infatti, secondo l’Unesco, ha definito principi che devono valere a tutti i livelli, anche per le voci registrate. Tanto che è stata lanciata l’idea di una voce neutra, che è stata già sviluppata unendo decine di diverse voci di individui transgender, cui affidare la lettura dei messaggi degli assistenti virtuali.

Sono convinta che la battaglia di #meetoo sia importante, ma a volte ho come l’impressione che ci siamo tutti fatti prendere un po’ la mano. Onestamente, se devo farmi dare consigli da una macchina non mi dispiace l’idea che venga proposto da una voce dolce e gentile, come quella di una madre o di un’insegnante. E non mi sento per questo una maschilista.

Quanto alle risposte in chiave di sottomissione, confesso che trovo più spiacevole l’idea che qualcuno concepisca e abbia il tempo di mettersi ad offendere un congegno elettronico che non la reazione che le sue parole suscitano. In generale, infine, preferire pensare che gli esperti delle Nazioni Unite si dedicano ad affrontare le tematiche sacrosante della parità tra i generi combattendo su fronti un po’ più significativi del tono o dell’accento di Siri.

Perché anziché bacchettare Amazon e Apple sul sesso delle assistenti virtuali non ci si impegna seriamente tutti quanti a lavorare per infrangere il soffitto di cristallo che blocca le donne nelle loro aspirazioni di carriera o le differenze di stipendio tra impiegati maschi e femmine.

Credo siano fenomeni che si verificano anche nei colossi americani dell’hi tech. Di sicuro, comunque, esistono in tanti altri Paesi (Italia compresa), ad alto livello come nelle piccole imprese. E disturbano decisamente di più della voce che risponde “Subito”, quando chiedo di far partire il ritornello di Despacito dagli altoparlanti in salotto.

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