Manelli, una vita al fianco dei malati gravi
Da sinistra, Marco Rossi, Anna Manelli, Stefano Paglia e Giulia Acquistapace

Manelli, una vita al fianco dei malati gravi

Si racconta il medico responsabile del servizio di Osservazione breve che accoglie circa 40 pazienti ogni giorno

Cristina Vercellone

Lodi

Il servizio che dirige, in pronto soccorso, a Lodi, si chiama “Osservazione breve intensiva”, abbreviato Obi. Una denominazione vaga per chi non è “del mestiere”. Eppure il lavoro della responsabile, la dottoressa Anna Manelli, 61 anni e un figlio di 28 («che non ha voluto fare il medico perché ha paura del sangue»), è fondamentale per la cura dei pazienti critici. «In questo servizio - spiega la dottoressa - finiscono dai 18 ai 40 malati al giorno. Se non ci fosse l’Obi, le persone stazionerebbero nei corridoi del Pronto soccorso. Qua arrivano i pazienti critici, anche quelli sub intensivi. I letti dedicati ai malati più gravi sono dotati di monitor. La nostra è un’Obi diversa dalle altre. È il primario Stefano Paglia che ha studiato il percorso. Ha avuto ragione. C’è una maggiore attenzione al malato».

Il servizio di osservazione breve, infatti, si occupa di stabilizzare i pazienti perché tornino a casa in condizioni di sicurezza; iniziare il ricovero e la terapia in attesa del posto letto in reparto e curare il paziente che non è da terapia intensiva, rendendolo idoneo al ricovero in una divisione medica precisa. Se giustamente dimensionata l’osservazione breve contribuirebbe a rendere più efficiente il pronto soccorso.

L’Obi permette di evitare il trasferimento dei pazienti negli altri ospedali e deve crescere ancora, essendo in grado di accogliere i pazienti più complessi. C’è una collaborazione costante, all’interno del dipartimento di emergenza urgenza guidato da Enrico Storti, tra anestesia, rianimazione, osservazione breve e pronto soccorso.

« Il mio lavoro mi piace tanto. Io lo chiamo di retroguardia - racconta Manelli -. Sono un po’ la regista del flusso di pazienti, mi interfaccio con i reparti, le case di riposo e le riabilitazioni. Mi sono specializzata in chirurgia d’urgenza e pronto soccorso a Pavia. Volevo fare il chirurgo d’urgenza e l’ho fatto, al policlinico di San Donato, fino al 2003. Facevo anche il primo reperibile. Sono arrivata a Lodi nel maggio del 2003». Professore a contratto in chirurgia d’urgenza a Pavia, oggi la Manelli è referente, per il Maggiore, degli specializzandi in medicina d’urgenza. «Questo è un lavoro che mi affascina - dice -; mi piace molto la metodologia di lavoro che Paglia ha messo in atto, anche se richiede un grande impegno intellettuale e fisico».

La cosa interessante è «l’approccio clinico integrato con l’ecografia». Ogni giorno la responsabile dell’Obi dedica due ore allo studio. «Alla mia età mi rendo conto che è più faticoso di quando avevo 30 anni - dice - però leggo gli articoli su internet, sulle riviste scientifiche, mi aggiorno. Quando sei a contatto con il malato devi arrivare subito all’obiettivo. Per noi che lavoriamo in urgenza è importante scoprire subito il sintomo che consente la diagnosi». Ai giovani la dottoressa Manelli consiglia «studio, umiltà e ascolto del paziente». «Ci sembra sempre di avere poco tempo - spiega -, ma a volte vale di più parlare 10 minuti con il malato di tutto il resto. Io cerco sempre di creare il rapporto empatico. Il grosso lo fa la fiducia: se non ottieni la fiducia puoi essere un Dio, ma non succede nulla. Se lo sappiamo ascoltare il malato ci dice sempre quello che ha».

«La dottoressa Manelli è uno dei miei “bracci destri” - commenta Paglia -; insieme a lei ci sono Fanny Delfanti, responsabile del Met, Piero Ferrari coordinatore dell’unità di decisione clinica e Carlo Mainardi, responsabile del pronto soccorso di Codogno».

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