Perché quest’anno sta vincendo l’Italia dell’ortofrutta

di Andrea Zaghi

L’Italia dell’ortofrutta vince ancora. Certo, le questioni da risolvere ci sono tutte – ad iniziare dalla crisi delle esportazioni -, ma la forza di un comparto che rappresenta una delle punte di diamante dell’agroalimentare nazionale c’è anch’essa tutta. Questione di sapienza produttiva oltre che di ambiente. Ciò che più conta, poi, è l’indotto che l’ortofrutta nazionale si porta dietro: un comparto nel comparto, fatto di trasformatori e trasportatori, che la dice lunga sulla capacità dell’agroalimentare di creare lavoro e reddito.

L’occasione per comprendere di più dell’ortofrutta italiana è arrivata dall’edizione 2019 di Macfrut, quella che, con ragione, viene definita la “vetrina italiana dell’ortofrutta nel mondo” che ogni anno si tiene a Rimini. Per aver chiaro di cosa si tratta – e quindi per comprendere meglio il settore ortofrutticolo -, basta sapere che in tre giorni di manifestazione si sono ritrovati oltre 1100 espositori, un quarto dei quali da oltreconfine in rappresentanza di una cinquantina di Stati, e oltre 1500 buyer. In fila 11 settori espositivi: dalle sementi alle tecnologie per la trasformazione passando per il vivaismo, le tecnologie di campo, i mezzi tecnici, le tecniche di lavorazione e di commercializzazione, la distribuzione e i macchinari, le tecnologie del post raccolta.

Tutto per un settore che vale come un tesoro. L’ortofrutta dello Stivale, infatti, significa (dati Cso Italy) un comparto da 23 milioni e 841mila tonnellate di prodotto ed esportazioni che sono la prima voce della bilancia agroalimentare e cioè qualcosa come (inclusa l’ortofrutta lavorata e conservata) 8,4 miliardi di euro, di cui 4,9 di fresco. Numeri che confermano il primato italiano in Europa.

Anche, fra l’altro, dal punto di vista del consumo: l’85% degli italiani consuma un prodotto ortofrutticolo almeno una volta al giorno. Per capire ancora meglio, basta poi sapere che il valore della produzione ortofrutticola nel suo complesso negli anni recenti si è costantemente mantenuto sopra i 12 miliardi di euro annuali, cioè circa il 30% dell’intera produzione agricola nazionale.

Un tesoro, appunto, anche in termini di immagine e di lavoro, la cui brillantezza si sta però appannando. Proprio a Macfrut è suonato un campanello d’allarme che non può essere trascurato: il crollo nell’ultimo anno dell’export di prodotto fresco. «Analizzando gli ultimi dieci anni di vendite all’estero – dice infatti una nota -, siamo alla peggior campagna di export mai realizzata. Dopo il 2017 dei record con il superamento del muro dei 5 miliardi di euro esportati (5,2 miliardi per la precisione), il 2018 ha registrato una flessione (dati di Ice Agenzia)».

Questione di strategie commerciali, probabilmente, ma anche problema dovuto alla concentrazione delle vendite nei mercati Ue e alla difficoltà di sfondare invece nei mercati extra europei. E’ qui che, fra l’altro, entra in gioco, anche per questo settore, l’effetto delle grandi politiche commerciali mondiali, quelle che si combattono a colpi di dazi e ritorsioni tecniche.

Certo, a consolare i produttori italiani rimane un dato: i consumi di frutta e verdura interni, ha fatto notare Coldiretti, sono aumentati di quasi un miliardo di chili nell’ultimo decennio. Ma per crescere ancora non basta solamente il mercato nazionale. Da qui, appunto, l’allarme dei produttori e alcune indicazioni che valgono per tutti. Come la necessità, sottolineata dai coltivatori diretti, di regole di sicurezza alimentare che siano uguali per le importazioni e per le esportazioni. Ma occorre anche superare l’attuale frammentazione e dispersione delle risorse per la promozione dei prodotti italiani puntando, magari, ad “un’Agenzia unica che accompagni le imprese in giro nel mondo sul modello della Sopexa”. Senza contare un’azione decisa per la rimozione delle barriere non tariffarie – che, è stato fatto notare da Coldiretti, “troppo spesso bloccano le nostre esportazioni” -, ma anche per avere trasporti ferroviari e snodi aeroportuali efficienti. Insomma, occorre mettere mano alle cause del triplice ritardo indicato dai coltivatori (organizzativo, infrastrutturale e diplomatico) che in dodici mesi ha fatto perdere al settore dell’ortofrutta fresca esportazioni per quasi mezzo miliardo di euro.

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