L’ignoranza è gratis, per la formazione servono fondi

di Corrado Sancilio*

A fronte di questa ignoranza abissale, i nostri ragazzi continuano a essere tra i più promossi d’Europa», ad affermarlo è il mastro Marcello D’Orta autore di un famoso libro da cui è stato tratto un bellissimo film di Lina Wertmüller con Paolo Villaggio che molti ricorderanno: «Io speriamo che me la cavo». E a sperare di cavarsela sono i bambini affidati al maestro Sperelli che per un errore del Provveditorato si ritrova trasferito a Corzano nel Napoletano anziché a Corsano fittiziamente collocato in Liguria. Per il maestro D’Orta, dunque, nella scuola italiana esiste un preoccupante problema: l’ignoranza degli studenti. Ma è un dato decisamente in contrapposizione con gli esiti dei risultati degli studi così come si desume dalla fonte MIUR relativo allo scorso anno scolastico. Dai dati emerge, infatti, che il 99,8% degli alunni delle medie viene promosso all’esame finale per continuare l’obbligo scolastico alle superiori, mentre il 99,6% è il tasso dei diplomati all’esame di Stato del 2018. E’ come dire che una promozione non si nega mai a nessuno anche se questo può voler dire illudere tanti ragazzi di “sperare di cavarsela” in un mondo che talvolta e per certe situazioni non lascia speranze in quanto a sbocchi professionali che richiedono solide competenze. Per il maestro D’Orta, che interpreta una diffusa opinione, una gran parte dei nostri ragazzi esprime una preoccupante ignoranza che non può che essere condivisa visti gli esiti Invalsi 2018 resi noti da pochi giorni. Una situazione che trae origine sin dalla scuola media con una popolazione scolastica che si trascina alle superiori con un bagaglio di competenze alfabetiche e matematiche di scarsa rilevanza. Le ragioni sono da ricercare soprattutto nel ridottissimo tempo che i ragazzi dedicano allo studio dal momento che ad attirare la loro concentrazione sono le tecnologie con il loro linguaggio variegato piuttosto che l’amore per l’approfondimento delle conoscenze. La tecnologia della comunicazione fatta di espressioni sgrammaticate e confuse, arricchite di faccine e sigle di ogni tipo, mette i ragazzi in seria difficoltà nel decodificare un brano scritto il cui contenuto viene appreso in maniera molto superficiale. Del resto perché spremere le meningi? Oggi con un «tweet», con un «post», con un «like» e con due righe di commento anche se sgrammaticate, pasticciate e talvolta persino incoerenti col contesto, chiunque è in grado di compiere un passo avanti nella conoscenza. Di quale conoscenza poi si tratti è tutto da dimostrare, è un dato a livello statistico su cui gli studiosi si affannano a interpretare. Lo stesso dicasi delle competenze matematiche dal momento che la mente viene alleggerita dalla calcolatrice sempre pronta a rispondere su qualsiasi richiamo alfanumerico. Il gap si ritrova poi in tutta la sua drammaticità nelle superiori con l’aggravante dello scarso interesse per la lettura. I ragazzi, un po’ come gli adulti, leggono pochissimo, né cercano in un attivismo mentale la voglia di scoprire i vantaggi del leggere e questo semplicemente perché leggere stanca poiché richiede una partecipazione mentale a cui i ragazzi oramai si stanno disabituando sempre più. C’è poi un risvolto sociale nel legare il proprio tempo libero alla lettura. I ragazzi che leggono libri sono solitamente considerati dal gruppo dei pari, degli sfigati perché il tempo che perdono con i libri lo sottraggono ai «like» da scambiarsi con gli amici e pertanto spesso vengono isolati. Lo vediamo anche nello studio. I ragazzi che studiano e che ottengono ottimi risultati sono considerati, dai compagni di classe, dei «secchioni» se non addirittura un cattivo esempio in grado solo di creare difficoltà al gruppo classe e pertanto vengono guardati male. D’altra parte come afferma Pietro Ratto, filosofo e saggista contemporaneo, nella suola dell’autonomia gli alunni sono considerati dei clienti, e visto che i clienti hanno sempre ragione e non vanno dispersi, ne consegue che nelle scuole pur di non perderli si tende a promuovere e così facendo tutti sono contenti. Aggiungiamo pure che oggi tanti ragazzi sono schiavi della tecnologia utilizzata in maniera eccessiva e ossessiva. «Non siate schiavi del telefonino, è una droga» ha ricordato agli studenti Papa Francesco durante l’ultimo incontro nella sala Nervi sulla scia di Epitteto, filosofo dell’antica Grecia, secondo cui «solo le persone istruite sono libere». Le conseguenze le sentiamo anche a livello universitario. In Europa siamo il Paese con la più bassa percentuale di laureati seguiti solo dalla Romania come fanalino di coda. Solo il 28% degli studenti universitari, infatti, giunge alla laurea, un dato che si fa ancora più preoccupante se andiamo a dare un’occhiata alla statistica mondiale a cura dell’OCSE dove il nostro Belpaese, con il suo 18,7% di laureati, occupa una posizione di coda nella graduatoria. C’è di che preoccuparsi. L’inversione di tendenza può avvenire solo trovando adeguate risorse per l’istruzione a partire proprio dall’università dove molto scarso è il supporto economico destinato agli studenti in borse di studio, presalari o altro. Cari politici prendetevi pure le responsabilità di questa catastrofe culturale. Il nostro PIL è uno dei più rachitici d’Europa in fatto di istruzione e questo rappresenta una delle condizioni negative che tengono alto il livello dell’asticella dell’ignoranza che tanto evidentemente preoccupa il maestro D’Orta, ma che altrettanto evidentemente poco interessa alla classe politica a cui credo sia utile ricordare quanto affermato da Derek Curtis Bok, educatore americano contemporaneo: «Se pensate che la formazione sia costosa, provate con l’ignoranza».

*preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi

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