Gesù e Maria sono sempre là, sul Calvario. E non ci lasciano soli

di don Bassiano Uggè

Stat crux dum volvitur orbis”. Sta la croce mentre gira il mondo. Pensando nei giorni scorsi al venerdì santo, mi tornava alla mente con una certa insistenza questo motto. Classico, ma probabilmente non celebre, almeno oggi.

Non avrei immaginato che di lì a poco, rispetto ai miei pensieri, queste antiche parole, in una lingua per i più morta e sepolta, sarebbero

Stat crux dum volvitur orbis”. Sta la croce mentre gira il mondo. Pensando nei giorni scorsi al venerdì santo, mi tornava alla mente con una certa insistenza questo motto. Classico, ma probabilmente non celebre, almeno oggi.

Non avrei immaginato che di lì a poco, rispetto ai miei pensieri, queste antiche parole, in una lingua per i più morta e sepolta, sarebbero state rilanciate in “rete” a commento dell’immagine, drammatica e magnifica, della croce e dell’altare della cattedrale di Notre Dame di Parigi scampati - con la reliquia della corona di spine di Gesù - al terribile e inquietante incendio del lunedì santo.

Non intendo improvvisarmi commentatore né, ancor meno, interprete di questi fatti spaventosi: lo sarei, oltretutto, assai “improbabile”. Solo ritorno alle parole del motto. Senza pretesa di tradurre, le si potrebbe rendere anche così: tutto cambia, ma la croce rimane.

Secondo una “legenda” medievale, millesettecento anni fa, un bambino di nome Bassiano, figlio di Sergio, prefetto di Siracusa, “ancora in culla, faceva disegni di croci nella polvere col dito e, per suggerimento divino, disponeva pagliuzze di grano a forma di croce”. I rimproveri della nutrice al neonato, prima, e le indagini dei servi del padrone Sergio poi, dopo che, a Roma, Bassiano era diventato cristiano, non poterono impedire a colui che sarebbe diventato patrono della città e diocesi di Lodi di portare a compimento il disegno divino su di lui.

Come è cambiato il mondo in diciassette secoli! Eppure un punto fermo c’è.

Oggi il venerdì santo ci riporta - mi piace pensare passando anche da quelle croci tracciate sulla polvere delle terra di Sicilia da un neonato che sarebbe diventato il padre della terra lodigiana - alla croce del Golgota. La croce sta. Rimane.

Per questo la chiesa la canta “crux fidelis”, croce fedele. Colui che vi è stato appeso – l’Unico che la rende preziosa - non ne è sceso, e così ha salvato tutti noi. Stat crux. E “stabat mater”. L’Uomo della croce non è mai stato lasciato solo da Maria. Notre Dame, nostra Signora, è ancora lì, nella Pietà della cattedrale di Parigi.

Nessun dolore sarà mai solo, perché lì ci sarà il dolore e l’amore del Figlio e della Madre. E come il Figlio è ancora piagato, così la Madre è sempre ferita. In un recente pellegrinaggio al santuario di Czestochowa, mi ha particolarmente colpito apprendere – se ho inteso bene – che quando si tentò di mettere mano al restauro della Madonna Nera, cioè al suo “dolce volto con due segni di violenza”, sfregi inferti nel 1430 per profanare l’immagine, l’operazione non riuscì, come se Maria volesse rimanere segnata, sfregiata.

Crux fidelis, virgo fidelis. Sul Calvario. Gesù e Maria sono sempre là. Anzi qua, perché non ci lasciano mai soli.

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