Se la Terra è malata per curarla non badiamo a spese

di Giovanni Ditta

Intendo tenermi a debita distanza dal dibattito che, in questi giorni, ha infiammato gli animi tra opposizione e maggioranza e all’interno della stessa maggioranza parlamentare.

Appiattirsi sulle posizioni di uno dei due schieramenti può convenire ai vari rappresentanti di questa o di quella corrente politica, non certo a chi ha, per remota formazione culturale, l’abitudine a formulare giudizi basati sui dati e sulla loro analisi.

Provo ad elencare ordinatamente i fatti.

La TAV, acronimo di Treni ad Alta Velocità, è un progetto,già lanciato alla fine del secolo scorso, per la realizzazione di una nuova linea ferroviaria tra Francia e Italia, primariamente dedicata al traffico mercantile, segnatamente estesa tra Lione e Torino e lunga 270 km.

La sezione transfrontaliera dovrebbe includere un tunnel di base sotto il Moncenisio di quasi 60 km, uno dei più lunghi al mondo; il rimanente percorso si svilupperebbe comunque in galleria per quasi il 90%.

Le merci trasferite a mezzo TAV, viaggerebbero in tempi ridotti e, soprattutto, con un drastico risparmio energetico dovuto alla diminuzione delle pendenze, tale da ridurre la potenza delle trazioni, di oltre la metà.

All’epoca del suo concepimento, collocato negli anni ’90, i promotori dell’opera avevano previsto una rapida “saturazione” delle strutture già esistenti. Nel breve volgere di qualche anno, cioè, massicci incrementi di traffico le avrebbero rese obsolete, fino al collasso.

Eravamo ancora in epoca di euforiche prospettive basate su crescita e sviluppo globale, preconizzate da banchieri ed economisti. Alla resa dei conti, tuttavia, tali ottimistiche previsioni si mostrarono infondate, andando a costituire uno degli argomenti di forza degli oppositori.

L’ analisi costi-benefici, condotta dal prof. Marco Ponti e altri cinque esperti, decreta ora un sonoro diniego alla Tav. Il cosiddetto VANE ( valore attuale netto economico), valutato su di un trentennio di esercizio, accusa un disavanzo di quasi otto miliardi di euro per lo Stato italiano, che, titolare, vivaddio, di un debito pubblico al limite della sopportabilità, e con una lunga lista di cantieri da finanziare ed aprire con urgenza, non naviga certo in acque economicamente compatibili con impegni improduttivi già in partenza.

Queste megacifre col segno meno, che emergono da una valutazione non partigiana, da qualcuno definita impietosa, avrebbero potuto assestare un colpo decisivo al progetto, provocandone il definitivo accantonamento, ma, improvvisamente e a distanza di pochi giorni, un, ancor più corposo, rapporto lo promuove, motivando un tal pronunciamento con un favorevole impatto socioeconomico e ambientale complessivo nel lungo periodo sulle reti trans-europee, dentro le quali la Tav verrebbe inserita.

Aspetto davvero singolare: tra i firmatari di questo secondo voluminoso dossier, compare ancora il nominativo di Marco Ponti che, immediatamente chiamato in causa, ha fatto correttamente notare la diversa finalità dei due documenti.

In termini sinteticamente più espliciti: la Tav è svantaggiosa per l’Italia e vantaggiosa per l’Europa.

Due tesi opposte sul medesimo argomento non possono non generare confusione, ed è proprio in tali frangenti che l’ascolto delle contrastanti versioni non deve assumere carattere di passività e di rinuncia, ma, al contrario, di stimolo alla ricerca di una propria circostanziata opinione ben distante dal gioco delle parti.

Non v’è dubbio che, in tempi di “magra”, i provvedimenti economicamente passivi suscitino diffidenza e opposizione.

E’ altrettanto vero, tuttavia, che un progetto di così ampio coinvolgimento deve essere valutato in ottica molto più estesa, che travalica gli aspetti meramente economici e gli interessi nazionali.

Tra le motivazioni positive del secondo rapporto, l’abbattimento delle emissioni di gas-serra, direttamente correlato al conseguente taglio del trasporto su gomma, assume connotazioni nient’affatto trascurabili, se non di capitale rilievo.

Verso la conclusione della Coop 24 di Katowice, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici dello scorso dicembre, una ragazza di 15 anni Greta Thumberg lanciò la sua accusa contro coloro che si ostinano a privilegiare le motivazioni economiche e politiche nelle decisioni che investono tematiche planetarie, marginalizzando le minacciose prospettive dei cambiamenti climatici attribuibili all’accumulo di anidride carbonica in atmosfera, legato al reiterato uso dei combustibili fossili.

Ricordando quel monito che arriva da un esponente delle generazioni che erediteranno il pianeta, non esito a dichiararmi favorevole all’opera, ben sapendo che il trasferimento gommato delle merci è il principale responsabile non solo delle emissioni di anidride carbonica, ma anche di polveri sottili.

La Tav può essere un segnale, sia pur flebile, nella direzione giusta, per una sacrosanta, da più parti invocata, inversione di tendenza. Costerà certamente, ma se contribuisce a migliorare l’ambiente, ben venga, anche per stimolare analoghi provvedimenti in tutti quelli che ancora adesso da quell’orecchio, non vogliono sentire.

Se la Terra è malata, come titola un prestigioso quotidiano nazionale, per curarla non bisogna badare a spese!

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