La scuola come comunità educante non c’è proprio più

di Corrado Sancilio, preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi

I dibattiti televisivi, è noto, talvolta prendono una piega un po’ esagerata con toni, tra gli interlocutori, che da pacati diventano concitati o con espressioni che da rispettose diventano offensive. Vieppiù quando un noto economista, politico e accademico, direttore del Fondo Monetario Internazionale ospite in una nota trasmissine televisiva, invitato a chiarire e a spiegare tecnicamente in televisione la ricaduta dello spread sull’economia reale e in particolar modo sui mutui ipotecari, si sente rispondere da una giovane politica pentastellata: “questo lo dice lei”! Imperdonabile psicodramma frutto di intemperanza giovanile o come dice Leopardi nello “Zibaldone” inesperti giovani vogliosi di entrare in contesa «come fuoco giovanile, con difetto di prudenza, di esperienza, di senno e si stimano molto più essi»? Bella roba, ma tant’è che questa è comunque la realtà oggi. Se il mondo gira all’incontrario cosa c’è da meravigliarsi se anche a scuola a un docente viene talvolta contestata la valutazione? Similmente anche a scuola, infatti, accade spesso che un genitore o anche uno studente davanti a una interrogazione valutata insufficiente è solito affrontare con sfrontatezza il docente con: “questo lo dice lei”. Abbiamo perso tutti la trebisonda fino al punto da dire ciò che non si dovrebbe o non si potrebbe dire quando ci si rivolge a una persona autorevole forte di una (poco)riconosciuta professionalità, ruolo e funzione. E questo è almeno fino a quando il vento non cambierà direzione. La convinzione che ciò possa accadere mi fa ben sperare per il prossimo futuro e questo grazie al giudice Manfredo Atzeni, presidente del TAR Toscana, che a tal proposito in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Firenze col pensiero rivolto ai genitori ha detto a chiare note: «Non rivolgetevi a noi se i vostri figli vanno male a scuola», è come voler dire, finitela di presentare ricorsi contro le valutazioni degli insegnanti. È sbagliato. I brutti voti o un anno perso sono solo il frutto del mancato impegno nello studio e non si può credere che le leggi che un magistrato deve applicare possano essere utilizzate come oggetto e strumento «per consentire a chi non si dedica alla studio di ottenere il pezzo di carta senza esserselo meritato». Leit motiv per le mie orecchie. Sono parole che fanno presagire un cambio di rotta da parte dei giudici sempre più spesso chiamati dai genitori a giudicare l’operato dei docenti non solo sugli esiti degli scrutini finali, ma ora anche sui voti bassi di compiti e interrogazioni con sempre più frequenza contestati e non condivisi dai genitori. C’è da parte dei genitori, una sorta di difficoltà ad accettare le decisioni che prendono i docenti a riguardo non solo di voti, ma anche di sanzioni disciplinari. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Man mano che passano gli anni cresce sempre più lo scontro tra genitori e docenti in tema di competenza e valutazione e da questo scontro ad essere braccato è il docente che indebolito nel suo ruolo e nella sua funzione, tende ad accettare accomodamenti fino a cedere sulle proprie posizioni, mostrandosi oltremodo arrendevole. Parlare in questo caso di vincitori e vinti è sbagliato. L’unica cosa certa è che a perdere è la scuola. Una scuola che viene delegittimata in una delle sue funzioni su cui ben poca cosa può fare il timido tentativo messo in atto da alcuni enti di formazione nella disponibilità di accompagnare i genitori a un rinnovato impegno educativo partendo dal rivalutare il ruolo sociale dei professori. Timidi approcci che al momento non hanno prodotto fiduciosi cambiamenti culturali e sociali. Anzi. Il conflitto tra genitori e docenti negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale anche negli incontri settimanali con alterchi e offese inimmaginabili fino a qualche tempo fa. La scuola pare essersi trasformata in luogo di scontro tra corporazioni. Da una parte la famiglia con le sue esigenze e le sue pretese da chiedere per ottenere ad ogni costo, dall’altra la scuola con le sue peculiarità istituzionali in tema di educazione e valutazione degli apprendimenti da tutelare e salvaguardare. La scuola come comunità educante riconosciuta non c’è più. Se i genitori fanno così fatica ad accettare le sconfitte dei figli è perché non contemplano che tale ipotesi possa manifestarsi nella vita, una convinzione che trasmettono ai figli quando si presentano a scuola per contestare o non accettare una decisione presa dal docente. Non esiste più il secondo o il terzo posto sul podio della vita. Esiste solo il primo. Quello vale e per quello occorre lottare, costi quel che costi. Eppure anche una sconfitta, un errore, un fallimento, una batosta, che nell’arco della vita non mancano mai, hanno un loro valore educativo. Se è così allora perché non accettare un cattivo voto, una nota, una sanzione disciplinare? Perché pretendere di rivedere i voti bassi, di cancellare ogni traccia dal registro, di minacciare di rivolgersi ai tribunali e sperare in un giudice alleato? Davvero fanno così paura i brutti voti, le note disciplinari, gli errori, i fallimenti? Eppure sono passaggi imprescindibili per crescere e avanzare nel corale riconoscimento delle diverse parti sociali. Evidentemente tutto questo ha perso smalto presso i genitori di oggi sempre più portati a non far mancare la perfezione, le condizioni per un successo, l’incondizionata alleanza che si può garantire solo se si corre ad ogni richiesta di intervento per arginare ogni mancanza attribuita ad altri. «Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti. Ridete, piangete, sbagliate» esorta Oriana Fallaci, pensando ai giovani.

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