Entro il 10 aprile gli impegni del Governo per l’economia

di Paolo Zucca

Def (Documento di Economia e Finanza) non è una sigla popolare, non lo era la precedente dizione Dpef che forse chiariva maggiormente l’obbligo di “programmazione” che deve guidare gli impegni di un Governo. Se il Paese fosse una famiglia, è come se il responsabile della gestione economica decidesse quanto si può spendere, quanto prevedibilmente si incasserà, dove investire e dove tagliare per ridurre i debiti del passato senza aggiungerne altri. Un accorto capofamiglia che cercasse di migliorare l’equilibrio del nucleo (tutti i cittadini) non stilerebbe mai un progetto di spese abbondanti in assenza di realistiche entrate o anche un piano di investimenti i cui ritorni fossero incerti nel tempo.

Tanto più se chi ha prestato denaro alla stessa famiglia fosse già in allarme (i movimenti dello spread sono un termometro) per il rischio di mancata restituzione. E se nel condominio (l’Europa dei partner) qualcuno sospettasse il mancato rispetto degli impegni comuni.

Entro il 10 aprile il Governo dovrà approvare un documento suddiviso in tre capitoli che fa perno, direttamente e indirettamente, sul rientro del debito pubblico. Sembrano lontanissime dalla vita di tutti i giorni, eppure le decisioni possono produrre effetti, positivi o negativi, sulla collettività. Niente di immediato: al momento dell’approvazione da parte dell’Esecutivo, mancheranno circa 50 giorni alle consultazioni europee (26 maggio).

Si può immaginare che in Italia come all’estero possa prevalere la tendenza a non anticipare scelte impopolari. Non sarà però possibile sorvolare su uno scenario molto peggiorato, l’1% di crescita del Pil (Prodotto interno lordo) stimato dal Governo italiano non è più credibile. I numeri che vengono diffusi tutti i giorni mostrano economie deboli in molte parti del mondo e anche momenti di recessione come in Italia. “Nel prossimo Def si aggiorneranno le previsioni economiche alla luce dei dati finali di contabilità nazionale e il consuntivo di finanza pubblica e ciò – assicura il ministro dell’Economia, Giovanni Tria – porterà a una valutazione e alla verifica dei saldi che saranno oggetto di consueto confronto con la Commissione europea”. Bruxelles dovrà valutare, per i vari Paesi, la credibilità degli impegni. In caso di risultati e impegni molto lontani dall’obiettivo di contenimento del debito pubblico potrebbe rendersi necessaria una manovra correttiva per adeguare le uscite alle entrate. La maggioranza gialloverde non ne vuole sentire parlare, alcuni esponenti di Governo non la escludono alla luce della congiuntura anche se parlarne è “prematuro”.

Nelle trattative per evitare la procedura di infrazione, il Governo aveva già previsto un “cuscinetto” di due miliardi che torneranno disponibili se i conti dovessero migliorare ma intanto sono prudenzialmente congelati per arginare il peggioramento.

Per Tria “questi margini di riserva al momento appaiono più che sufficienti”. La manovra “contiene delle disposizioni in materia di monitoraggio dei conti pubblici che rappresentano un’ulteriore garanzia del rispetto degli obiettivi di finanza pubblica”. Era stato più facile lo scorso anno. Il 7 aprile il Governo uscente approvò il Def senza orientarlo in alcun modo in attesa che i vincitori delle consultazioni politiche del 4 marzo prendessero la guida.

Era ancora un contesto internazionale abbastanza favorevole e in Italia la crescita del Pil era indicata nell’1,5% nel 2018, per un 1,4% quest’anno e 1,3% nel 2020. Le stime dei principali centri di previsioni internazionali assegnano all’Italia un +0,6% massimo in una congiuntura in peggioramento. Il Def di aprile dovrà tenerne conto.

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