Non partono dall’Africa ma ci stanno davvero invadendo

di Paolo Bustaffa

Gli occhi puntati a lungo sulle sponde settentrionali dell’Africa perché la sirena d’allarme ha continuato a segnalare che quella era la base di partenza di pericolose invasioni. Spenta la sirena e forse anche la coscienza di chi l’ha attivata sull’onda del sospetto, tutto è stato portato ai livelli di una sicurezza garantita con decreto.

Con lo sguardo rivolto esclusivamente al Mediterraneo non ci si è accorti che altre invasioni si profilavano e si profilano all’orizzonte.

Strana questa disattenzione, soprattutto da parte politica, perché i media ogni giorno hanno diffuso segnali di grandi movimenti nei campi della intelligenza artificiale e della robotica. Segnali di un progresso a favore della società e dell’economia ma anche segnali di una grande sfida all’uomo, al suo lavoro e quindi alla sua dignità.

“I robot a intelligenza artificiale – affermava nei giorni scorsi il giornalista Gianni Riotta che più volte è intervenuto su questi temi – non sostituiranno solo taxisti o camionisti con i mezzi a pilota automatico, cacceranno scienziati dai laboratori medici e infermieri dagli ospedali, docenti dalle università, ricercatori dai centri studio, giornalisti dalle redazioni”.

Sorge una domanda: sono le persone immigrate a “rubare” posti di lavoro o sono le macchine ad elevatissima tecnologia?

L’interrogativo non vuole contrapporre ciò che non è contrapponibile ma l’esprimerlo è soprattutto per chiedere alla politica come intende attrezzarsi per rispondere alla formidabile sfida lanciata dalla intelligenza artificiale e dalle macchine anche sul terreno del lavoro. Non è forse urgente, oltre che risolvere con scelte lungimiranti la questione migratoria, dare risposte all’avanzare silenzioso e inarrestabile dei robot che stanno già imponendo una svolta radicale nella cultura del lavoro e stanno creando inquietudine sul futuro dell’uomo? Non è forse su questa sfida che occorre giocare con più determinazione e lucidità la carta del cambiamento? Anche tenendo conto, come afferma Richard Baldwin, economista del Graduate Institute di Ginevra, che da tempo questo fenomeno ha assunto una dimensione mondiale al punto di essere definito “Globotica” per indicare una sorta di saldatura tra globalizzazione e robotica. Ad esempio tanti posti di lavoro in Italia si trasferiranno all’estero perché sarà più economico far leggere le radiografie in Paesi dell’est che non nel nostro Paese.

Non si tratta di temere l’avanzata dell’intelligenza artificiale e della robotica, quando finalizzate a migliorare le condizioni di vita dell’uomo, ma è urgente prendere coscienza che l’allarme lanciato senza sosta per le partenze dalle coste settentrionali africane ha distratto buona parte della politica e dell’opinione pubblica da una sfida di straordinarie dimensioni. Occorre non perdere altro tempo.

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