Tutti al mare in inverno: in 70mila dentro le acque gelide

di Caterina Belloni

Tutti al mare, tutti al mare…” recitava la intramontabile canzone interpretata da Gabriella Ferri. Il ritornello mi è tornato sulle labbra - inevitabilmente - quando qualche giorno fa ho letto sul Guardian una notizia di quelle che lasciano a bocca aperta. L’articolo spiegava che in Gran Bretagna ormai è sempre più diffusa l’abitudine di andare a fare il bagno in mare o in torrenti e laghi durante l’inverno. Sotto la pioggia, in mezzo a un vento che ha ispirato certi dipinti di Turner, sotto il cielo nero cemento, gli inglesi amano comunque buttarsi in acqua. Indossano una muta e la cuffia e si lanciano tra le onde, percorrendo in gruppi lunghi tratti costieri. Qui lo chiamano wild swimming, nuoto selvaggio, e in fondo qualcosa di primordiale c’è in questa disciplina, che sta vivendo un’età dell’oro.

Fino a dieci anni fa i nuotatori “invernali” erano poco più di duecento, mentre adesso se ne contano oltre 70mila. Uomini e donne che si sono presi la briga di registrarsi in un club e sottoscrivere una tessera, ai quali probabilmente ne vanno aggiunti altri, che non amano la compagnia ma adorano inabissarsi qualunque sia il tempo o la stagione.

Secondo il giornalista del Guardian nel giro di pochi anni sono nati centinaia di club in tutto il Paese. Gli iscritti si trovano una o due volte alla settimana, si allenano insieme e poi partecipano ad eventi di massa. Quest’anno il calendario ne prevede duecento e la maggior parte – sembra strano – non sono in estate. Secondo gli organizzatori si tratta di occasioni di massa, che hanno un successo simile a quello dei festival musicali estivi. Delle specie di Woodstook o Glastonbury della nuotata selvaggia, che fanno il tutto esaurito in poche ore, tanto che bisognerebbe duplicarne il numero. Solo che si tratta di iniziative lanciate su base volontaria, da appassionati che davvero non hanno tempo per proporne più di duecento!

A rendere così popolare la nuotata invernale sono i benefici fisici e psicologici che procura. Gli appassionati raccontano che da quando nuotano in tutte le stagioni non si ammalano più e che quando entrano in acqua soffrono per qualche minuto - per via del freddo - ma poi il loro corpo si abitua e uscendo dopo mezz’ora di nuoto o più si sentono rinvigoriti, energici e felici.

Vantaggi per la salute assolutamente strabilianti.

E poi in questo mare si nuota volentieri. Lo faccio persino io, ma solo quando la stagione è clemente. Perché come sanno gli amici lodigiani che sono venuti a trovarmi, anche in luglio l’acqua è fredda e il bagno è un progetto da coraggiosi, soprattutto quando si è nati verso il Sud dell’Europa. Devo confessare che a fine agosto, dopo le vacanze nel mar Mediterraneo, mi sono comperata anche io una muta, perché volevo provare l’esperienza di nuotare non solo in estate. Ho tentato di farlo, insieme a mio marito, che ha deciso di condividere buona e cattiva sorte anche in ambito sportivo. Abbiamo resistito fino a metà ottobre, cercando sempre giornate di sole e sperando in un po’ di clemenza del clima. L’ultima uscita è stata una specie di choc. Quando sono entrata in acqua per un attimo mi è mancato il respiro, ma ho tenuto duro. Ho completato le mie “vasche” e, tornata a casa, ho trovato un bel posto per la muta nel ripostiglio del giardino. La lascerò lì almeno fino ad aprile. Perché sono favorevole all’integrazione a tutto tondo, quando ci si trasferisce in un altro paese, ma esistono dei limiti fisici e comportamentali. Gabriella Ferri immaginava tutti al mare a Ostia, in agosto, con trenta gradi minimo. Un contesto ideale, agli antipodi rispetto ai brividi dei mari del Nord dove a volte, per davvero, ti aspetti che compaiano i pinguini!

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