Etichette alimentari, modello e obbligo italiano valido per tutti

di Andrea Zaghi

Il diritto ad essere informati di più e meglio. Principio da ribadire sempre e sempre di più. Anche - forse soprattutto -, in campo alimentare. Per questo, spuntato nei meandri delle manovre parlamentari attorno al decreto semplificazioni, è da accogliere con grande soddisfazione l’emendamento che ha dato il via libera all’obbligo di inserire nelle etichette di tutti gli alimenti l’indicazione dell’origine.

A rilevare l’importanza della novità è stata Coldiretti che da sempre ha fatto dell’esigenza di un’informazione più chiara e diffusa uno degli obiettivi della propria azione sindacale. E con ragione. Sapere cosa si mangia è, in effetti, uno degli elementi che indicano il grado di civiltà di un sistema economico e sociale. Un po’ come il servizio sanitario gratuito per tutti, oppure il rispetto delle buone regole di convivenza civile.

L’emendamento approvato dalle Commissioni Lavori pubblici e Affari costituzionali del Senato, dispone quindi l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti, l’indicazione è contenuta nel DL semplificazione.

In altre parole, la norma consente di adeguare ed estendere a tutti i prodotti alimentari l’etichettatura obbligatoria del luogo di provenienza geografica degli alimenti. Una richiesta, ha sottolineato l’organizzazione dei coltivatori diretti, che viene sostenuta dal 96 % degli italiani che hanno partecipato all’ultima consultazione pubblica del Ministero delle Politiche Agricole sull’argomento. In questo modo, dice sempre Coldiretti, «dovrebbe essere data la possibilità di conoscere la provenienza della frutta impiegata in succhi, conserve o marmellate, dei legumi in scatola o della carne utilizzata per salami e prosciutti fin ad ora nascosta ai consumatori».

Ma non solo. La posizione legislativa assunta dal nostro Paese, infatti, potrebbe anche fare scuola (come già ha fatto in altre circostanze), nei confronti del resto d’Europa. Soprattutto, quanto stabilito dal Parlamento, dovrebbe consentire di difendere l’efficacia in sede europea dei decreti nazionali già adottati in via sperimentale in materia di etichettatura di origine di pasta, latte, riso e pomodoro.

Ed è forse questo l’aspetto più importante a lungo termine. Non ci si deve nascondere che, nonostante le vittorie commerciali dell’agroalimentare nazionale (che lo scorso anno ha oltrepassato i 40 miliardi in valore per quanto riguarda l’export), il comparto è continuamente sottoposto ai colpi bassi della concorrenza sleale e a quelli corretti ma insidiosi della concorrenza condotta comunque da altre agricolture e industrie alimentari in giro per il mondo che lavorano con criteri produttivi diversi. Da qui tutto il valore della strategia dell’informazione corretta. «Dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza», dicono coltivatori diretti. E hanno ragione da vendere.

D’altra parte, il lungo percorso che sta conducendo l’Europa alle etichette “trasparenti” per tutti gli alimenti, sta lì a dimostrare la loro efficacia per le nostre produzioni e la pericolosità per la concorrenza. L’etichettatura di origine obbligatoria degli alimenti è stata introdotta per la prima volta in tutti i Paesi dell’Unione europea nel 2001, dopo l’emergenza mucca pazza nella carne bovina proprio per garantire la trasparenza con la rintracciabilità e ripristinare un clima di fiducia. Da allora molti progressi sono stati fatti, ma resta l’atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione europea che obbliga, spiegano per esempio i coltivatori, a indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per i salumi, per la frutta fresca ma non per i succhi e le marmellate, per il miele ma non per lo zucchero.

Insomma, almeno per una volta (ma non è l’unica), l’Italia è più avanti, più civile, più avanzata del resto d’Europa. Si tratta di qualcosa che ci deve rendere orgogliosi e che va difesa con decisione oltre che, magari, essere presa a modello per altri settori.

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