Occorre prestare la massima attenzione alla “deriva catalana”

di Nicola Salvagnin

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Politiche che finora nessuno ha visto, se non sul lato della spesa pubblica. Quindi ora, quando viene a raccontare che le cose vanno male, fa ancor di più la figura del vaso di coccio che racconta favole.

A discolpa di Conte e soprattutto di chi sta orientando la politica economica italiana, c’è da dire che nemmeno il peggior governo può far tracollare un Paese come l’Italia in pochi mesi. Tanto più, appunto, che questi mesi sono stati ricchissimi di parole e scarni di fatti e decisioni. Le spalle dell’imprenditoria italiana sono da sempre più larghe delle capacità di una classe dirigente storicamente molte volte al di sotto delle aspettative.

Però a preoccupare non è tanto l’incapacità di realizzare qualcosa di positivo, quanto il sostanziale disinteresse verso una politica economica orientata alla creazione di ricchezza. Unica modalità per far aumentare i posti di lavoro, gli stipendi, la qualità di vita, il bene comune. Si fa la torta, prima di distribuirla con criteri di equità e solidarietà.

Una situazione che sta creando un forte disorientamento in quelle lande italiche economicamente più dinamiche, a cominciare da quel Lombardo-Veneto che è tra i cinque territori più industrializzati dell’Unione Europea. Non a caso è tornato con prepotenza il tema dell’autonomia – anzitutto fiscale – che Regioni a guida leghista stanno chiedendo con veemenza a un governo (anche) leghista.

Ed è forte il sentimento di estraniarsi: voi ridete, scherzate, andate dove vi pare; noi intanto ci mettiamo in salvo, cambiamo decisamente direzione.

È di tutta evidenza che in ballo, a questo punto, non c’è un punto di Pil in più o in meno. Ma una “deriva catalana” difficile poi da disinnescare. Siamo solo all’inizio – un po’ oltre, forse – ma questa è la strada. Un dubbio: era questo il disegno?

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