Basta con questi cellulari in classe, rallentano l’attenzione

di Corrado Sancilio*

Vuoi vedere che dopo la Francia arriva anche nelle nostre scuole il divieto di uso del cellulare in classe? A dirlo sono due onorevoli Giorgia Lentini della Lega e Mariastella Gelmini di Forza Italia, già ministro della Pubblica Istruzione con il quarto governo Berlusconi dal 2008 al 2011, entrambe firmatarie di due differenti proposte di legge finalizzate a escludere del tutto l’uso degli smartphone in classe.

I due provvedimenti sono entrambi parte di una proposta di legge condivisa da maggioranza e opposizione promossa dal deputato della Lega On. Massimiliano Capitanio e incentrata sulla reintroduzione obbligatoria dell’insegnamento dell’Educazione Civica come materia di studio in tutti gli ordini e gradi di scuola. Un provvedimento, quello del divieto dei cellulari a scuola, che nel suo specifico intende creare condizioni di maggiore attenzione nelle classi durante le lezioni, ma che comunque ha suscitato qualche distinguo proprio nel palazzo di Viale Trastevere.

Il ministro Marco Bussetti, infatti, manifesta qualche dubbio sul chiudere del tutto la porta ai cellulari in classe quale strumento anche didattico se utilizzato con razionalità e interesse. «Ho fiducia negli studenti. – Afferma il ministro – Credo molto nel loro senso di responsabilità sull’uso consapevole di questi strumenti ai fini di un migliore apprendimento. Condanno, invece, decisamente l’uso per altri fini». Ed è qui che nasce il vero problema.

Anch’io come preside ho fiducia nei miei studenti le cui buone intenzioni nessuno mette in discussione, ma che significato dare, allora, alle numerose note disciplinari affibbiate dai docenti ai tanti ragazzi beccati ad un uso “per altri fini” del cellulare durante le lezioni? Talvolta le mezze misure non aiutano affatto, anzi si finisce di impantanarsi nelle indecisioni e nelle variabili applicative. Meglio se si arriva ad un netto divieto.

Dal prossimo anno scolastico nelle scuole francesi di primo grado (elementari e medie) agli alunni è fatto “effettivo divieto” di introdurre in classe qualsiasi telefonino. Senza se e senza ma. Non si porta e basta. Una volta tanto mi trovo d’accordo con i miei cugini transalpini. Nelle nostre scuole il messaggio lasciato dai diversi ministri nel tempo non aiuta a superare le incertezze.

Noi siamo passati dal divieto dell’uso del cellulare in classe imposto dalle Linee di Indirizzo del ministro Beppe Fioroni nel marzo del 2007, al Decalogo della ministra Valeria Fedeli del gennaio del 2017 favorevole all’uso del cellulare in classe visto come strumento di conoscenza, per arrivare ad oggi dove si ipotizza una soluzione ibrida. Questa mancata chiarezza o questo saltare da un’ipotesi all’altra a seconda di come la pensa il ministro di turno non ci aiuta. Continuare a tergiversare sulla questione cellulari sì, cellulari no, cellulari ni, non fa altro che continuare a offrire incertezze su un problema che deve avere delle certezze in un ambiente come quello scolastico.

Se poi andiamo a vedere che razza di ipotesi circola tra le stanze del potere, allora c’è da rimanere sbigottiti. A qualche politico, infatti, è venuto in mente di proporre l’obbligo per gli studenti di depositare il cellulare in presidenza e affidarlo alla custodia del preside per poi ritirarlo al termine delle lezioni. Evidentemente questo “qualche politico” non è andato manco all’asilo poiché non riesce a immaginare il lavoro di un preside in presidenza.

Tra studenti puntuali, studenti che arrivano in ritardo, altri che entrano alla seconda ora, altri che escono per una visita didattica e altri che rientrano al pomeriggio impegnati nei corsi pomeridiani, ce n’è abbastanza per ipotizzare una fuga in massa dei presidi per chiedere accoglienza in qualche convento piuttosto che diventare custodi di cellulari. No miei cari onorevoli. Non ci siamo.

Il mio parere, per quello che vale, è uno solo: divieto assoluto dell’uso del cellulare a scuola. E questo vale anche per i docenti. Per chi conosce il problema, non ci sono mezze misure. Peraltro vale la pena sottolineare che il corretto uso degli strumenti tecnologici già presenti nelle aule scolastiche, rafforza e favorisce l’apprendimento. Ci sono tablet, lavagne multimediali, videoconferenze, che assolvono molto bene a precisi compiti formativi ed educativi. L’utilizzo improprio degli smartphone in classe, come tanti studi hanno confermato, richiama l’idea di mezzi di distrazione di massa e come tali responsabili di un processo di apprendimento pericolosamente rallentato.

Molti ragazzi, checché se ne dica, avendo in classe uno smartphone tra le mani, tutto fanno tranne che seguire le lezioni. Pare che lo stesso Bill Gates abbia impedito ai suoi figli di portarsi il cellulare a scuola. E questo la dice lunga sul nostro problema. Se da una parte va promosso nelle scuole un più intenso utilizzo delle tecnologie a disposizione, dall’altra i ragazzi vanno educati a un loro coretto uso per arginare anche gravi fenomeni di cyberbullismo.

Trovo interessante, invece, la proposta dell’On. Massimiliano Capitanio sull’introduzione dell’Educazione Civica nelle scuole come materia di studio fortemente caldeggiata anche dall’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e da associazioni civiche. L’Educazione Civica cacciata dalla finestra rientra dalla porta principale nelle scuole a suon di condivisioni senza schieramenti. Se ne sente il bisogno in una scuola dove si è dimenticato il grande valore civile e culturale della nostra Costituzione, il rispetto delle persone e dell’ambiente, l’importanza della solidarietà che si esprime attraverso il volontariato, la presenza e il riconoscimento dei ruoli istituzionali rappresentativi della società civile, culturale e spirituale.

«Le persone che si comportano civilmente non sono il risultato del caso, ma sono il risultato di un processo educativo» ci ricorda il filosofo Karl Popper autentico difensore degli ideali di libertà.

*preside dell’Istituto
“Agostino Bassi” di Lodi

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