Al supermercato e al ristorante va di moda il pesce “farlocco”

di Caterina Belloni

È proprio vero che le sorprese non finiscono mai. Lo si constata in tante circostanze e capita davvero spesso quando si va a spasso per le corsie dei supermercati britannici. L’anno scorso a farmi rimanere a bocca aperta (ma non per assaggiare), era stato il boom degli hamburger vegani, fatti senza usare la carne, ma così simili a quelli originali da sanguinare in fase di cottura. Il 2019, invece, potrebbe passare alle cronache come l’anno del pesce “farlocco”. Uso un termine un po’ gergale, ma lo faccio di proposito, perché mi pare il più adatto a descrivere questo fenomeno. Dato che il numero dei vegani, cioè coloro che non mangiano alimenti di origine animale, si sta diffondendo a macchia d’olio, la Gran Bretagna ha deciso di andare incontro a questa nuova fetta di mercato e quindi dopo la “similcarne” ha cominciato a proporre il pesce-non pesce. Che è disponibile sotto un ampio spettro di forme. Anzitutto ci sono i bastoncini di pesce (quelli del capitano con la barba bianca…), che vengono proposti nella versione vegana, a base di alghe e tofu. Chi ama variare può anche scegliere di gustare un salmone affumicato vegano oppure i gamberi che rispettano gli animali. Esiste poi il tonno senza pesce… Gli ingredienti per realizzare queste pietanze sono quasi sempre gli stessi: appunto patate, carote (che hanno quel tono rosa-arancio un po’ da salmone), tofu e konjac. È questo il nome dell’asso nella manica dei produttori. Si tratta di una pianta asiatica appartenente al genere Amorphophallus, di cui non si sapeva nulla ma che – ci scommetto – nel giro di pochi mesi sarà nel vocabolario di tutti, probabilmente al posto di salame e cotechino. È accaduto con la curcuma, con lo zenzero, con il tamari. Prodotti che sono passati in un nanosecondo da sconosciuti a irrinunciabili. Originario della zona subtropicale orientale asiatica, il konjac è una pianta conosciuta anche con i nomi di patata konjac, giglio voodoo, lingua del diavolo o igname di elefante. Dalla sua radice deriva il konyaku, ingrediente utilizzato nella cucina orientale, che è ideale per le preparazioni vegane e ha un certo aroma di pesce. Ebbene la farina di konjac, mescolata a piselli e patate, è l’ingrediente principe per i piatti di pesce senza pesce, che si trovano pronti al supermercato e vengono serviti nei ristoranti di Londra. E hanno prezzi scandalosamente elevati per dei… tuberi.

L’altra faccia della medaglia della moda vegana in Gran Bretagna è proprio la speculazione che si è generata intorno a prodotti dal costo ridotto. Grazie alla moda e forse anche agli influencer (come si chiamano oggi i “predicatori” del web, che imboniscono non più le folle ma i singoli nel chiuso delle loro stanze) il cibo povero è diventato roba da ricchi. Come dimostra la polemica scatenatasi a Londra sulla bistecca di cavofiore, inserita nel menù della catena di pub inglesi Young’s. Nel piatto di chi la ordina, arriva una fettona di cavolfiore alta come una fiorentina, leggermente impanata, insaporita con spezie e saltata in padella, con contorno di insalata. Che costa 14 sterline, ovvero 16 euro. Ora, se si considera che mediamente un cavolfiore al supermercato si paga una sterlina e basta per preparare tre bistecche, il ricarico è evidentemente al di là di ogni principio etico. Eppure i giovani vegani londinesi non battono ciglio e pagano per una bistecca di cavolfiore la stessa cifra che serve per comperare quella di Angus scozzese! Una follia, che dà origine a una specie di paradosso. Perché se è vero che l’impatto delle due pietanze è differente sotto il profilo della protezione della Natura, di certo non lo è in termini di salvaguardia del patrimonio personale.

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