Caro Salvini e caro Di Maio: va bene, ma chi pagherà?

di Nicola Salvagnin

E alla fine il mago Tria non ha estratto alcun coniglio dal cilindro, ma solo nuovo debito pubblico. Avevamo recentemente immaginato il ministro dell’Economia nei panni del prestigiatore, perché solo una magia poteva mettere assieme contenimento del debito pubblico con le consistenti spese promesse da chi ci governa. Ma siccome le magie si fanno in teatro e non nella vita reale, nessun coniglio ma appunto nuovi debito da mettere sulla cima del terzo debito pubblico mondiale, quello italiano.

In buona sostanza, così si troveranno le “risorse” per finanziare un primo abbattimento del carico fiscale, una prima tranche di “reddito di cittadinanza” al quale si vuole associare una “pensione di cittadinanza” sempre a 780 euro netti mensili, un allentamento dei requisiti necessari per andare in pensione, e altro ancora. Il ministro Giovanni Tria metteva sul piatto una decina di miliardi di euro e la tenuta dei conti pubblici; i partiti di maggioranza (Lega e M5S) hanno optato per il piano B: debiti, tanti e subito.

Il problema, anzi i problemi sono molteplici. Vedremo come il mondo accoglierà la scelta di un Paese che già non sa come far fronte ai propri impegni, e che li aumenta vieppiù. Il rischio è che la decisione ci costi un’impennata di interessi da pagare sul debito, cosa che alla fine ci obbligherà a pagare ancor di più di quanto rimediamo ora. Soprattutto, sono soldi destinati non a investimenti (cioè spendo 100 ma ne torneranno 120) ma a spesa corrente: non produrranno nuovi posti di lavoro, nuova ricchezza ma solo distribuzione di un malloppo.

La scelta peggiore, in questo senso, appare quella della “pensione di cittadinanza”, mentre il “reddito” può in qualche modo essere associato ad una forma di sostegno pubblico a chi si trovi in condizioni di difficoltà (saranno le modalità di distribuzione a qualificarlo un domani come intelligente atto di solidarietà o invece sperpero di denaro), e il taglio delle aliquote fiscali comunque determina un maggior reddito a disposizione di chi lavora.

L’aumento indiscriminato delle pensioni invece trascina con sé enormi problemi: disincentiva a pagare contributi pensionistici in fase lavorativa (chi me lo fa fare se poi lo Stato comunque mi sosterrà?) mandando in crisi l’Inps; aumenta le pensioni che, dietro, non hanno alcun contributo pagato (le “sociali”), tra l’altro a livelli superiori rispetto agli assegni di chi ha versato almeno 20 anni; infine, per arrivare ai promessi 780 euro destinati ad alcuni milioni di pensionati, bisognerà prevedere una spesa spaventosa in miliardi di euro per molti anni.

Chi pagherà? Le future generazioni, tra l’altro sempre più esigue causa denatalità. In Argentina tutto ciò è stato definito “peronismo”, prima che il Paese sudamericano finisse alla fame.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti ( 0 ) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito . I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati.