Nomine pubbliche, faticoso lavoro di sintesi

di Stefano De Martis

Nella partita delle nomine nelle grandi società più o meno pubbliche, il comportamento delle forze di maggioranza ha riproposto le convulse trattative e, in certi casi, il braccio di ferro, che ci si era abituati a vedere al tempo della cosiddetta Prima Repubblica. Il fatto che i partiti al potere siano diversi da quelli di allora, non muta la sostanza di uno scenario in cui le “poltrone” sono oggetto di un’aspra contesa per accaparrarsi le postazioni strategicamente più importanti. Anche il contrasto su alcune nomine tra Movimento 5 stelle e Lega, da una parte, e la componente tecnica (in particolare il ministro dell’Economia), dall’altra, non è una novità assoluta.

Forse stavolta ha avuto un carattere più duro rispetto al passato, ma questo dipende dal difficile rapporto che entrambi i partiti hanno nei confronti della dimensione istituzionale della politica e della sua autonomia.

Questo protagonismo esuberante dei partiti, peraltro, lo si era già visto all’opera – e in maniera assai più appariscente – al momento della formazione del governo, al punto da entrare in rotta di collisione con le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica. Le nomine degli enti sono una questione molto meno eclatante, in termini di impatto mediatico, ma rappresentano uno snodo cruciale per le implicazioni di potere reale e incisivo che quegli incarichi hanno sull’amministrazione della cosa pubblica. Un aspetto che M5S e Lega hanno compreso benissimo e per questo si sono impegnate al massimo nell’operazione, potendo contare ancora sulla benevolenza di buona parte dell’opinione pubblica (la “luna di miele” che premia i vincitori politici nel primo periodo post-elettorale). In altri momenti si sarebbe gridato alla “spartizione delle poltrone”, mentre ora tutto sembra avvenire all’insegna del “cambiamento”, anche se poi molti dei personaggi coinvolti nelle nomine sono comunque già ben sperimentati. Il che è in una certa misura inevitabile, dato che le competenze non si improvvisano.

Va anche sottolineato che nell’operazione nomine, così come nella faticosa e controversa gestazione dei primi provvedimenti economici, le forze di maggioranza si sono dovute confrontare con l’irriducibile necessità della mediazione nella concretezza del fare politica. In italiano, a differenza che in altre lingue, il termine “compromesso” ha una connotazione negativa. Lo si eviti pure, quindi, purché sia chiaro che la politica – in democrazia – è proprio il faticoso lavoro di sintesi tra valori e interessi diversi, talvolta contrastanti, in vista di un bene comune che è più grande ed è più avanti. Con le esibizioni muscolari si possono ottenere consensi a breve, ma non si va da nessuna parte.

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