Mattarella e l’ancoraggio saldo e convinto alla Costituzione

di Stefano De Martis

Nella complessa fase politica che sta attraversando il Paese, in cui attese e preoccupazioni si intrecciano senza che sia possibile districarle (ma le seconde hanno ormai sopravanzato le prime), un elemento è sicuro: il ruolo fondamentale del Presidente della Repubblica che gli eventi di queste settimane hanno messo in luce come non mai.

Chi conosce la storia umana e politica di Sergio Mattarella non ha mai avuto dubbi sulla sua capacità di interpretare al meglio la responsabilità che gli è stata affidata, con un ancoraggio saldo e convinto alla Costituzione, riuscendo a trovare nella Carta – che pure compie settant’anni – gli strumenti per affrontare una crisi politica dai caratteri radicalmente inediti.

Senza che questo implichi automaticamente un giudizio sugli altri Presidenti che si sono succeduti da De Nicola in poi (ogni fase politica ha le sue esigenze e le sue priorità) verrebbe quasi da dire che lo stile Mattarella è così cucito sulla Costituzione che oggi risulta difficile immaginare come si potrebbe fare il Presidente in un altro modo. Non è un caso che nel discorso del 12 maggio a Dogliani, in occasione dell’anniversario del giuramento come Capo dello Stato di Luigi Einaudi, egli si sia riferito proprio agli scritti e alle scelte di colui che è stato il primo Presidente della Repubblica eletto in base alla Costituzione del 1948 (De Nicola, che era Capo provvisorio dello Stato, assunse il titolo in virtù della prima disposizione transitoria della Carta) per riaffermare il dovere di servirsi in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio, cercando sempre “leale sintonia” con il Governo e il Parlamento. Una lezione e un’esperienza veramente paradigmatiche, quelle di Einaudi, già comprensive persino di quella opzione che oggi definiremmo “governo del Presidente”, quando dopo le elezioni del 1953 incaricò in assoluta autonomia Giuseppe Pella di formare il nuovo governo. Un esecutivo che durò pochi mesi ma consentì la nascita di una maggioranza stabile. Non solo l’articolo 92 sul potere di nomina del Presidente del Consiglio e dei ministri: rileggendo Einaudi, Mattarella ha ripercorso punto per punto tutte le attribuzioni costituzionali del Presidente.

Attribuzioni che le forze politiche hanno spesso vissuto con insofferenza – non soltanto ora, beninteso – e che invece rappresentano una garanzia per tutti i cittadini. Perché la democrazia non è la dittatura della maggioranza ma, come recita il primo articolo della Carta del 1948, “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

E di questa Costituzione il Presidente della Repubblica è il garante, come sottolineò lo stesso Mattarella nel discorso del suo giuramento, il 3 febbraio del 2015. In quell’occasione richiamò anche un’altra immagine, quella dell’arbitro. “È una immagine efficace”, osservò, perché “all’arbitro compete la puntuale applicazione delle regole” e, per questo, “deve essere e sarà imparziale”, ma ha bisogno che “i giocatori lo aiutino con la loro correttezza”. Come sa chiunque abbia visto una partita di calcio, se in campo si rispettano le regole del gioco l’arbitro quasi scompare (ma c’è), in caso contrario l’arbitro diventa un protagonista. E così è anche per il ruolo del Presidente, che i giuristi talvolta definiscono a fisarmonica.

Viene immediatamente da pensare al modo in cui Mattarella ha gestito la fase che si è aperta dopo il voto del 4 marzo. Persino quando lo stallo tra i partiti lo ha costretto a prospettare un governo di sua iniziativa – con lo scopo di assicurare al Paese l’indispensabile in vista di nuovi sviluppi – ha lasciato aperta la strada a un accordo tra le forze politiche, concedendo anche i tempi supplementari, se è consentito insistere con la metafora calcistica.

Non è una questione di “pazienza” intesa come categoria psicologica o morale. Piuttosto si tratta di senso delle istituzioni. Quelle istituzioni che devono rappresentare un elemento di stabilità e di razionalità tanto più prezioso in una stagione in cui la dialettica politica si è fatta virulenta e convulsa. E in cui si assiste a un ritorno in grande stile del ruolo dei partiti, come non lo si vedeva dai tempi della cosiddetta Prima Repubblica. Si potrebbe e forse si dovrebbe discutere della natura di questi partiti, ma di per sé non ci sarebbe nulla di patologico: la Costituzione, all’art. 49, individua proprio nei partiti gli strumenti attraverso cui i cittadini possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Quando si demonizzano i partiti non è mai un buon sintomo per una democrazia. Ma è singolare, anche sul piano storico, che ciò avvenga dopo che per quasi trent’anni la speranza di una riforma della politica si è identificata in larga misura con l’allentamento della presa dei partiti sulle istituzioni (Pietro Scoppola intitolò “La Repubblica dei partiti”, un suo celebre saggio del 1997). Sono le istituzioni democratiche disegnate dalla Costituzione a rappresentare quella cornice di valori e di regole condivisi che consentono a un Paese di riconoscersi come “comunità di vita”, per usare un’espressione che Mattarella ripete spesso nei suoi interventi.

La sua prudenza di queste settimane si comprende anche nell’ottica di custodire l’autorevolezza del Capo dello Stato di fronte all’opinione pubblica e agli stessi partiti, così che gli interventi di volta in volta necessari abbiano più forza e più credibilità.

Nel discorso di Dogliani, Mattarella ha citato una nota del 1954 in cui Einaudi affermava che è “dovere del Presidente della Repubblica” evitare che si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Una citazione da tenere bene a mente anche in questi giorni.

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