Dalla povertà al consumismo, niente limiti agli appetiti umani

di Gesualdo Sovrano

Il consumismo è il fenomeno sociale più sorprendente nella storia della civiltà umana, che ha preso forma nell’era moderna nelle società più ricche e avanzate, per estendersi poi, gradualmente, a tutto l’Occidente, ai paesi emergenti e al terzo mondo. Oggetto di smodato consumo sono le risorse naturali che si presentano sotto la forma di qualsivoglia bene materiale come acqua, suolo agricolo, derrate alimentari, oggetti di arredo, capi di abbigliamento, eccetera.

Beni che, una volta “consumati”, non sono più in grado di adempiere alle funzioni per le quali vengono usati o sono stati creati e devono essere gettati via e smaltiti, con conseguenze nefaste sull’economia e sull’ambiente.

L’ascesa dei consumi pubblici e privati è l’elemento marcatore che segna una forte discontinuità con le comunità più antiche notoriamente povere e dedite al risparmio. È da sottolineare che con la febbre dei consumi nasce un nuovo soggetto sociale ed economico, il consumatore, che afferma la sua identità e la sua umanità dissipando risorse.

Secondo recenti indagini, riportate da alcuni quotidiani, un’abitazione di media grandezza può contenere fino a diecimila oggetti, destinati a finire ingloriosamente nella pattumiera. Per averne un’idea, non occorre affidarsi a studi e statistiche, ma basta guardare le montagne di rifiuti domestici che si accumulano su strade, marciapiedi, parchi e pubblici giardini delle nostre città e che nessun governo e nessuna amministrazione locale riescono a debellare, in modo da evitare pesanti ricadute sul decoro urbano e la salute dei cittadini. Questi ammassi di immondizie sono senza alcun dubbio prova di incapacità da parte delle pubbliche istituzioni, ma sono anzitutto il segnale di uno scandaloso spreco di risorse che nessuna logica e nessun bisogno possono giustificare.

Perché si consuma tanto? A monte c’è l’ansia di possesso del superfluo, che ha sicuramente a che vedere con motivazioni di ordine psicologico e antropologico. Potrebbe essere scatenata dalla memoria, che affiora dal subconscio, di ancestrali miserie patite dalle masse derelitte oppure dal timore di un futuro pieno di incognite e ristrettezze.

Non c’è limite agli appetiti umani, manipolati dalla macchina pubblicitaria e dall’apparato della stampa e della televisione, che creano nuovi bisogni e propongono sfacciati stili di vita. È degno di nota, però, che in cima al lungo elenco dei consumisti c’è lo Stato. È l’organo statale che ci invita o ci impone di consumare sempre di più, perché tale modello è l’unico che consente all’economia nazionale di crescere e prosperare.

Se le famiglie vivono sobriamente cercando il risparmio, crolla tutta l’impalcatura su cui si sorreggono le democrazie occidentali. Le fabbriche chiudono i cancelli, le entrate fiscali si assottigliano, le politiche sociali non soccorrono i bisognosi, il Pil va in caduta libera, si affaccia lo spettro della disoccupazione e della recessione. Questo obbliga l’organo pubblico a mettere in atto politiche idonee a stimolare la domanda di beni e servizi attraverso le misure più diverse (sgravi fiscali, rottamazione, bonus, sostegno ai redditi più bassi, ecc.).

Bastano queste misure a rilanciare l’economia e assicurare ai cittadini il tanto sospirato benessere? La risposta è no. Esse sicuramente stimolano i consumi, avvantaggiando soprattutto il ceto medio e alto, ma sono ininfluenti sul contenimento della povertà, tanto che, secondo i dati dell’Istat, il numero delle famiglie in stato di povertà relativa o assoluta è in questi ultimi anni in preoccupante ascesa. Insomma, aumentano i consumi, ma si allarga al tempo stesso l’area delle disuguaglianze sociali.

In conclusione, non si può debellare la povertà se non si cambiano gli stili di vita dissipatori che sono propri della società occidentale. E questo è un compito gravoso e difficile che attiene all’alta politica.

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