Mai abbandonarsi a rapporti confidenziali con gli allievi

di Corrado Sancilio*

È una brutta storia da cui si può trarre qualche precisa indicazione. A Roma in questi giorni non si parla d’altro, manco se la città eterna fosse un quartiere di una metropoli dove si conoscono tutti. Lo scandalo è tale che la ripresa delle lezioni allo storico Liceo Classico “Torquato Tasso”, uno dei Licei più antichi, non avverrà in un clima sereno, anzi probabilmente condizionerà la vita per un bel po’ di tempo, rendendo l’aria un po’ pesante. L’episodio accaduto potrebbe essere classificato come una concreta conseguenza dell’azzeramento del riconoscimento dei ruoli tra docenti e discenti, che mai, invece, deve essere messo in discussione, laddove l’eccessiva familiarità non gioverebbe al suo rafforzamento.

A pesare, stando a quanto pubblicato sui diversi quotidiani che si occupano di cronaca della capitale, è la sospensione dall’insegnamento, fino al termine dell’anno scolastico, di un professore di Filosofia e Storia accusato da alcune sue allieve di molestie. Galeotto fu il solito telefonino. La denuncia è partita da una delle allieve con cui si è arrivati a un eccessivo scambio di sms dai contenuti ritenuti dalla stessa equivoci se non allusivi. Ora la questione è nelle mani della Magistratura.

Intanto ad essere colpita nell’animo è anche la consorte del professore, preside di un istituto della capitale che senza giri di parole esterna tutta la propria sofferenza: «Sono distrutta. Mio marito ha peccato di gravi leggerezze, fosse capitato a un mio prof. l’avrei sospeso».

Né il docente accusato si sottrae alle sue responsabilità: «Non sono privo di responsabilità. Ho utilizzato con lei dei termini sbagliati». E qui sta il problema. Un adulto chiamato a compiti educativi, ha in sé delle pesanti responsabilità nell’instaurare dei corretti rapporti con i propri allievi. Quando mi capita l’occasione non faccio mai a meno di ricordare a tutti ciò che Seneca amava ripetere: «Non scholae, sed vitae discimus» ovvero «Non impariamo per la scuola, ma per la vita».

Per questo non è sufficiente essere dei sapienti maestri di formazione o abili trasmettitori di contenuti, bisogna essere anche e soprattutto “Maestri di Vita”, esempi educativi, punti di riferimento. Importante è quindi il modo in cui si trasmette il contenuto, il modo in cui un insegnamento viene impartito, perché il docente ha davanti a sé ragazzi che crescono sotto i suoi occhi giorno dopo giorno.

È una relazione che si consolida man mano che passa il tempo e questo consolida anche un rapporto di fiducia che porta inevitabilmente a un rafforzamento del riconoscimento dell’autorevolezza. Se tutto questo dovesse venire inquinato da relazioni aperte o confidenziali che vanno oltre l’essere professionali per attestarsi su un livello personale, allora tutto è perduto, financo il grado di responsabilità educativa.

«Ad alcune ho dato assistenza psicologica e umana. Ho utilizzato un linguaggio sbagliato e inappropriato. Si vede che non capisco più questo mondo», sono alcune delle espressioni a cui si aggrappa il docente sotto accusa. Ecco che arriviamo al clou del problema. Il linguaggio sbagliato di un adulto che si insinua vincitore tra le debolezze degli adolescenti, mostrando il suo lato umano e assistenziale. I ragazzi, certamente, hanno bisogno di consigli, di incoraggiamenti, di autostima, di scoprirsi importanti in un mondo che li aspetta al varco.

Non c’è linguaggio adatto che possa affrancarsi dai tratti chiari e semplici dovuti a un adolescente. Loro se l’aspettano e noi non dobbiamo tradirli. Cosa c’entra, però, tutto questo con un linguaggio in piena libertà, esposto a sibilline affermazioni, dove un rapporto di fiducia trova in un suo scorretto abuso la via dell’errore educativo? Cosa c’entra tutto questo con un’assistenza umana e psicologica fatta rientrare in un principio oggi caro a molti del cosiddetto “politicamente corretto” che giustifica ogni sconfinamento educativo?

È vero. Questo mondo fatto di solitudine e solipsismo è molto diverso dal mondo di un tempo in cui a sovrastare era un rapporto fatto di maggior socializzazione, ma paradossalmente imbevuto di distacco. Gli insegnanti di una volta salivano in cattedra e tendevano a mantenere vivo quella distanza che la relazione sociale offriva in abbondanza fuori dalla scuola.

Oggi avviene esattamente il contrario. Giovani e adulti cercano nei social, nei telefonini, negli sms le risposte a quella sete di aggregazione che la società non offre più. Ma questo impone delle regole nuove che devono fondarsi sul reciproco riconoscimento dove ruoli e funzioni devono essere interpretati come un valore aggiunto da offrire e non come trappole in cui far cadere i ragazzi. La correttezza delle relazioni può solo funzionare da detonatore a una crescente credibilità dove ogni parola, liberata dagli equivoci, viene ad assumere un particolare significato nell’atto dell’insegnamento.

Nelle nostre scuole viviamo per anni con ragazzi che cercano e talvolta senza tanto clamore, un modo di aggrapparsi a qualcuno e questo qualcuno è prima di tutto l’insegnante. E visto che «l’adolescenza è la più delicata delle transizioni» per dirla alla Victor Hugo, allora a maggior ragione da noi educatori è dovuta la nostra fiducia verso questi ragazzi senza transizioni, senza equivoci, senza mezze parole, senza allusioni, senza confondere loro le idee.

Il richiamo a un codice deontologico di comportamento può rappresentare una delle risposte, ma non è la risposta che i ragazzi si attendono. Ricordiamoci che i rumors passano, ma le ferite che provochiamo nel corpo e nello spirito, quelle restano.

*preside dell’Istituto “Agostino Bassi” di Lodi

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