L’ossessione del cibo non supera la Manica

Caterina Belloni

Quando un italiano si trasferisce in Gran Bretagna la domanda classica che gli rivolgono gli amici riguarda il cibo. Le richieste sono svariate: se si trovano i nostri prodotti, se costano di più, se i ristoranti del Belpaese sono all’altezza della nostra tradizione. Perché per molti il problema principale è questo: la cucina. Certo siamo un paese di antiche tradizioni e di buon gusto, la dieta mediterranea è tra quelle consigliate per stare in salute, alcuni prodotti della nostra terra non hanno eguali altrove. Ma per queste e diverse altre ragioni, gli Italiani finiscono per concentrarsi troppo sull’alimentazione. Che è diventata una specie di ossessione. Chi mi incontra per le vie di Lodi potrebbe chiedermi informazioni sulla politica, la giustizia, il rispetto delle code, ma prima di tutto si informa sul cibo. Le mie risposte in genere sono di tre tipi. Primo: non vado quasi mai nei ristoranti italiani, perché sarebbe un po’ come mangiare a casa spendendo il triplo. Secondo: preferisco provare locali etnici e scoprire nuovi sapori, da questa parte della Manica c’è solo l’imbarazzo della scelta. Terzo: se ho voglia di tradizione mi godo il cibo dei pub, che non è poi così male. In queste Public House (da qui il nome) il principe del menù è il Fish and chips, ovvero pesce fritto e patatine, piatto tipico del Regno Unito. Mangiato con parsimonia, ovvero non tutti i giorni, regala soddisfazioni notevoli e poi fa pensare alla concretezza degli antichi inglesi, che a tavola mettevano quello che gli offriva l’isola, senza tante manfrine. Ricordando conquistatori e viaggiatori ho pensato di intitolare Fish and Chips questa rubrica, che ogni settimana racconterà la Gran Bretagna come la vedo io, che da tre anni mi sono trasferita. Mi piacerebbe riflettere sulle cose di tutti i giorni, sulle svolte epocali, come quella del divorzio dall’Unione europea, sulle follie che caratterizzano i britannici e magari sulle trovate italiane, per come vengono percepite fuori dai nostri confini. Tornando al cibo, però, urge una precisazione. In Gran Bretagna l’approccio all’alimentazione è radicalmente diverso rispetto al nostro. Anzitutto si può mangiare a tutte le ore, ogni genere di cibo, in qualunque modo, cioè a tavola, in piedi, per strada, nel parco, davanti alla Tv. Poi, a fare la differenza in un ristorante sono quantità e velocità. Sugli effetti in termini di salute talvolta si deroga e la circonferenza media degli autoctoni ne è una prova. Ma l’aspetto positivo è che anche sul gusto esiste un certo equilibrio. Nonostante gli chef televisivi, gli inserti dei giornali e qualche corrente progressista, gli inglesi mangiano soprattutto perché hanno bisogno di energia per vivere. Come capitava, e probabilmente capita ancora, nei Paesi che fanno attenzione alla concretezza. E, anzichè disquisire di sapori, impiattamenti e ristoranti stellati, pensano a fare affari e a costruire innovazione.

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