Ex Gulf, a Bertonico il nulla attende la cartiera

Ex Gulf, a Bertonico il nulla attende la cartiera

Andrea Bagatta

Ovunque regna un silenzio inquietante rotto soltanto dal canto degli uccelli e da un brusio di fondo, il verde e la macchia di vegetazione dominano incontrastati, ma sotto ci sono ancora le strade, i guard rail, le tubazioni della pipeline, le baracche degli operai e gli edifici della produzione. I 650mila metri quadrati dell’area ex Gulf a Bertonico su cui i turchi di Eren Holding vogliono impiantare una grande cartiera rappresentano un’oasi di contraddizioni post-industriali e di predominio della natura sull’opera dell’uomo.

La scelta per questo viaggio nell’area dismessa è di partire dal grande viale che dà accesso alla centrale di Turano-Bertonico di Sorgenia, grande totem solitario che domina l’area dismessa. Addentrarsi nella vecchia lottizzazione della raffineria Sarni-Gulf è come entrare in un mondo nuovo, non un angolo naturale di pregio, e nemmeno un ex insediamento produttivo. L’area tecnicamente è una zona industriale dismessa, ma la definizione è riduttiva. Qui è in corso la fusione tra natura e opera dell’uomo, una trasformazione paesaggistica ancora incompleta: prima dominava la natura, nel 1968 arrivarono le ruspe, l’asfalto e il cemento, e fu l’uomo a dominare incontrastato per 15 anni. Ma alla chiusura dell’impianto la natura si è rifatta sotto, e a più di 30 anni l’erba si è rimangiata l’asfalto, le piante crescono attorno e sopra al cemento, la vegetazione ingloba i guard-rail. Le uniche presenze sono gli uccelli, tantissimi, riconoscibili per il concerto a più voci che accoglie il visitatore, le lepri che non hanno ostacoli né nemici, almeno una ventina quelle uscite di corsa in un paio d’ore di visita, i fagiani e gli altri animali, di cui si intuisce la presenza. Le varietà vegetali ricresciute sono tante: gelsi, ciliegie selvatiche, melograni, farnie.

Ma accanto alla foresta naturale ce n’è un’altra, quella lasciata dall’uomo. Vicino a un edificio c’è lo scheletro alto ed ormai muto di un traliccio dell’elettricità, all’angolo tra due strade uno specchio per la viabilità è ancora in piedi, senza più vetro, dal terreno spuntano i raccordi delle tubazioni della raffineria, e accanto ai fossati naturali ci sono i canali di cemento che portavano i tubi della raffineria. Ma la contraddizione tra questi mondi è ormai superata, con la natura che sta tornando a riprendersi il suo spazio e ingloba l’opera dell’uomo. Non tutta. Gli edifici in piedi sono fatiscenti ma ancora stabili, e recano qualche traccia, poche, di passaggi più recenti: qualche scritta e qualche disegno sui muri, qualche rifiuto abbandonato da poco, altri lasciati più di 30 anni fa.

Il posto inquieta. Sarà per via di questa contraddizione continua, solida, concreta, sarà per il ronzio di fondo, da una parte, i motori della centrale, dall’altra le vespe e altri insetti in sciame. Oltre agli edifici vecchi, ci sono anche le baracche dell’antico cantiere, riconvertite in altri usi quando la raffineria era in funzione. Dentro, il soffitto è crollato, gli scaffali non esistono più, di arredo non ce n’è più. Tutto è una massa informe a terra, pannelli di compensato insieme a calzature e stoviglie, carte e plastiche. Come se una bomba avesse azzerato il tempo. Lì si trovano ancora i documenti della costruzione, dal gennaio 1968 all’ottobre 1970, ci sono le copie di tutti i “weekly progress report” del cantiere, in inglese, da trasmettere a Londra. Mischiati agli escrementi di lepri e uccelli.

E proprio qui è più forte il senso d’estraniazione, l’idea di essere finiti in un’epoca diversa, in uno scenario post-atomico più che in uno post-industriale. Dove la natura si riprende il suo spazio, dove l’uomo ha lasciato traccia, ma dove quella traccia è destinata a scomparire. Almeno fino a quando nuove ruspe arriveranno, nuovi uomini e nuove attività ci saranno. E se un domani se ne andranno di nuovo, la natura sarà pronta a ricominciare con pazienza il suo lavoro di riconquista, come sempre ha fatto, come sempre farà.

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