Somaglia, la Palladio è una bomba ecologica

Somaglia, la Palladio è una bomba ecologica

Laura Gozzini

Dopo dieci anni dall’inchiesta, la conceria Palladio di Somaglia è ancora una bomba ecologica: e adesso c’è pure chi gioca alla guerra tra serbatoi pieni zeppi di acidi. Il cancello d’ingresso a 200 metri dalla via Emilia è chiuso con del fil di ferro, e accanto alla vecchia insegna, è scritto a pennarello “Divieto di accesso materiale pericoloso da portare alla bonifica”. Peccato che la rete attorno sia distrutta e si entri senza nessun ostacolo. Lo fanno nel week end i patiti del “softair”, pratica che consiste nel mettere in scena una “guerra simulata”, e con indosso una mimetica darsi la caccia tra bunker, trincee, torrette e barricate. Si riconoscono facilmente girando nei capannoni, montagnole di copertoni, porte divelte da quelli che un tempo erano gli uffici dello stabilimento e adesso servono per proteggersi dagli “spari”. I giocatori si danno battaglia a colpi di pallini in plastica e ce ne sono a migliaia sparsi sul pavimento. Un codognese qualche tempo fa è stato colpito da un pallino mentre passeggiava sul retro della Palladio, per fortuna niente di grave, ma si è preso un bello spavento. Perché il problema di questo “gioco alla guerra” è prima di tutto il fatto che avviene in mezzo a sostanze tossiche col rischio di venirne a contatto, ma anche che l’area è facilmente accessibile da chiunque, col pericolo che il “gioco” finisca in tragedia.

E pensare che fino a una decina di anni fa in questi stessi capannoni si lavorava. La conceria Palladio dava occupazione a 200 persone e sono moltissimi i lodigiani passati da qui. Poi l’inchiesta giudiziaria, primo caso del filone “Rifiutopoli”, che nel 2007 ha portato l’azienda veneta titolare della conceria a chiudere i battenti, e gli operai che si sono ritrovati a casa. Già all’epoca la questione ruotava attorno la mancata bonifica dell’area dai veleni scaricati nelle rogge circostanti e sui terreni inquinati da cromo e altre sostanze tossiche.

In teoria, passati dieci anni, di quelle sostanze non dovrebbe esserci più traccia, ma le decine di taniche e bidoni sono lì a testimoniare il contrario. Scuotendoli si sente che dentro c’è del liquido. E così abbandonati sono soggetti a deterioramento, con il rischio che da un giorno all’altro i liquidi fuoriescano finendo nel terreno. Completano il quadro le razzie di rame dalle cabine elettriche, di tubi in acciaio inossidabile e metalli di ogni sorta: negli anni la fabbrica è stata depredata da cima a fondo e quel che si era salvato viene adesso smontato dai “soldati della domenica” per costruire palizzate. Il campo da gioco è segnalato da scritte con le bombolette spray che indicano “reparti”, “parcheggio”, “uffici”. E avvertono: “occhio”. Appunto.

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