Sono 1250 “i dimenticati” negli obitori

Nelle stazioni della metro allungano una mano per chiedere pochi centesimi; sulle panchine, la notte, dormono coperti solo da freddi fogli di giornale; con uno sguardo mesto attendono in fila per un pasto caldo alle mense dei poveri. Spesso, spariscono nel nulla. Sono centinaia i senzatetto che ogni anno muoiono senza un nome. Con loro anche migranti, anziani, prostitute, suicidi, persino bambini nati morti e abbandonati dalle madri. Rifiuti umani accantonati da una società distratta e indifferente. Nessuno li vuole, nemmeno da morti. Così i loro corpi attendono un funerale e una degna sepoltura negli obitori di tutta Italia. Alcuni attendono mesi, altri addirittura anni. In tutto il Paese risultano circa 1.250 le persone morte senza che qualcuno sia riuscito a dar loro un nome, non pochi lo aspettano dagli anni ‘70. Quasi la metà sono clandestini affogati in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste. I magistrati ne possono autorizzare la sepoltura da un momento all’altro, per cui non esiste un dato preciso su quanti ancora attendono insepolti negli obitori italiani.“A Roma sono circa 40 ogni anno le persone che muoiono per la strada e che attendono di essere sepolte”, spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio che da trent’anni si occupa di questa problematica. “Conosciamo personalmente molti clochard, perché frequentano le mense e usufruiscono di nostri servizi, così se uno di loro scompare ce ne accorgiamo e lo cerchiamo sia per strada sia negli ospedali. Anche quando arriva la notizia del ritrovamento di un corpo senza identità, la nostra comunità fa una ricerca e collabora con la polizia per dargli un nome. Si cerca un contatto con la famiglia per capire se vi fossero ancora dei rapporti, in modo da poter organizzare le esequie”. Talvolta sono invece i familiari che si rivolgono a Sant’Egidio per trovare un parente di cui non hanno più notizie da anni e si assiste così a “casi di riconciliazione dopo la morte”. In genere i Comuni hanno l’obbligo di occuparsi della sepoltura. A Roma ci pensa l’Ama, la società municipalizzata che gestisce i servizi per l’ambiente e in particolare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. “Anche se il cadavere ha un’identità - spiega Santoro - viene sepolto senza un nome perché nessuno gli pone una lapide. Quando si seppellisce si presta attenzione alla religione del defunto. Per esempio, se è musulmano ci si rivolge al centro islamico”. Se fino a dieci anni fa i volontari di Sant’Egidio facevano una colletta per pagare il funerale ai senzatetto che frequentavano le loro strutture, oggi, grazie a un protocollo firmato tra la Comunità, Caritas e Ama, alcuni invisibili riescono ad avere un funerale.Non tutti però hanno questa fortuna e di alcuni probabilmente non si arriverà mai a conoscere l’identità: c’è chi giace senza un nome da oltre 40 anni. Di loro restano solo poche righe nel Registro generale dei cadaveri non identificati pubblicato sul sito del Ministero degli Interni. Il documento, aggiornato periodicamente, contiene le informazioni più significative riguardanti le caratteristiche fisiche e le circostanze del rinvenimento. Dall’ultima stima sono circa 1250 gli invisibili che aspettano un nome: quasi la metà sono immigrati irregolari affogati in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste. 142 corpi attendono una identità dagli anni ‘90, 35 dagli ‘80, 15 addirittura dagli anni ‘70, fino all’uomo ritrovato nel 1969, nelle cascate di Stange (Bolzano), di cui non si sa nulla. Anche di questo si occupa l’Ufficio del commissario straordinario del Governo per le persone scomparse. “Allo stato attuale - fanno sapere dall’Ufficio - la criticità è rappresentata dalla carenza di un circuito informativo comune a tutti i soggetti istituzionali competenti, che possa consentire la comparazione dei cadaveri non identificati con gli scomparsi”. Tale problematica è accentuata dalla “pressoché totale indisponibilità dei dati riguardanti i decessi in ospedale di persone senza identità e di tutti i corpi o resti umani non identificati non riconducibili a fattispecie di reato, per i quali i pubblici ministeri non dispongono le autopsie”. Per ovviare a tali criticità è stata condivisa con il prefetto di Milano una bozza di protocollo d’intesa che avvierà una prima sperimentazione in Lombardia, per assicurare la circolarità informativa tra i soggetti competenti. “Il funerale, così come l’assistenza in vita - conclude Santoro, di Sant’Egidio -, è un diritto, sia dal punto di vista religioso sia dal punto di vista civile, e ci teniamo che ognuno di questi invisibili ne abbia uno dignitoso. L’auspicio è che il protocollo firmato a Roma sia adottato anche in altre città”. Dare a questi invisibili un nome e una giusta sepoltura è quanto si dovrebbe fare per porre fine a uno dei dolori più grandi della loro vita: essere stati dimenticati ed emarginati da una società che non ha saputo tendere loro una mano.

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