Scuola, l’altro volto della dad: crescono disturbi di ansia e attacchi di panico
Uno dei tanti manifesti comparsi in città e non solo contro la didattica a distanza

Scuola, l’altro volto della dad: crescono disturbi di ansia e attacchi di panico

In aumento le richieste agli sportelli psicologici degli istituti

Disturbi di ansia e di panico. Le richieste di aiuto di studenti e famigliari agli sportelli psicologici delle scuole è in aumento. Chiara Gobbi, per esempio, referente per la dispersione scolastica, al Maffeo Vegio, e coordinatrice dello sportello, sta seguendo molti casi. La scorsa settimana, voci di preoccupazione erano arrivate anche dalla pedagogista Silvia Poletti. Quest’ultima aveva denunciato le situazioni di disagio degli studenti in numerose scuole lodigiane.

«Le situazioni sono disparate - commenta la professoressa Gobbi -. Ci sono per esempio casi di ragazzi che magari quando sono a casa di un genitore hanno la connessione e quando sono a casa di un altro non ce l’hanno perché i dispositivi forniti dalla scuola sono in una delle due case. Oppure, a volte, non ci sono le competenze, in famiglia, per l’utilizzo delle tecnologie». Le situazioni sono veramente complesse. «Abbiamo ragazzi stranieri neo arrivati , anche di quarta o quinta, per esempio, che sono regrediti perché i genitori non parlano italiano - spiega - alunni che si connettono, ma tengono la telecamera spenta perché intorno a loro ci sono i fratellini che corrono». Si tratta di svantaggi che aumentano il rischio di abbandono. Poi ci sono le situazioni di abbandono conclamate, invece, che riguardano i ragazzi più in difficoltà, che hanno già ripetenze alle spalle. «Seguire da casa è più difficile - annota la docente - anche in assenza di situazioni famigliari complicate. Anche i ragazzi che hanno deciso di cambiare scuola di solito vengono invitati a frequentare fino alla fine dell’anno. Quest’anno, invece, chi ha deciso di cambiare istituto, ha abbandonato. Per gli studenti nell’età dell’obbligo è più facile intervenire perché si possono attivare i servizi sociali. Dopo, invece, è più difficile. Bisogna lavorare sulla motivazione dei ragazzi e dei famigliari». All’inizio della stagione scolastica, soprattutto i ragazzi di quinta dicevano che loro stavano bene anche a casa, che venire a scuola è uno spreco di tempo, che i mezzi pubblici sono pieni ed è un rischio. Adesso, invece, annota la prof, si rendono conto che non è così. «Questa primavera, nel non poter fare niente già vedersi su uno schermo era un regalo - spiega la professoressa - in questi mesi, invece, hanno vissuto l’assenza di regole al di fuori. Sanno che la scuola è un luogo di socializzazione sicuro. Allo sportello psicologico ho almeno 1 o 2 richieste di accesso tutti i giorni. Non ne ho mai avute così tante. Abbiamo numerose situazioni di ansia, di apatia, persone che non si alzano più dal divano. Capiscono che la dad non è più finalizzata alla tutela della salute; si rendono conto che non stanno bene».


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