Riflessioni sul rischio nucleare

Intendo tenermi a debita distanza dalle dissertazioni speculative che in questo momento alimentano l’annosa diatriba tra “nuclearisti” e “antinuclearisti”, se non altro per solidale rispetto nei confronti di chi sta vivendo la propria tragedia con dignità e compostezza. E’ mio desiderio, tuttavia, riproporre il parere, ripetutamente espresso anche dalle colonne di questo nostro giornale, sull’anacronismo e sull’assurdità di una nuova stagione nucleare italiana. Da giovane ho manifestato favore per quella tecnologia, affascinato, come tanti altri, dall’enorme, misteriosa forza che la materia custodiva. Ricordo di aver maneggiato, fresco di laurea e con incosciente disinvoltura, qualche grammo di Polonio per condurre alcune ricerche di cinetica, presso un istituto universitario. Non avevo ancora trent’anni quando ho varcato, con il cuore in tumulto, la soglia della centrale di Latina, ove erano già stati prodotti i primi megavattora di energia atomica in Europa. Più tardi ho seguito con interesse i tentativi di Felice Ippolito che voleva mettere concretamente al servizio dell’Italia l’estremo sacrificio di Enrico Fermi, vittima, appena cinquantenne, della sua grande passione per la fisica e della sua stessa, celebre scoperta. Poi, nella primavera del 1986, arrivò, sulle nostre teste, la nube di Chernobyl e con un percorso tortuoso, contradditorio, sofferto, senza nulla concedere alla coerenza, invocata a sproposito dagli ideologi, cominciò a farsi strada nella mia mente la convinzione che era arrivato il momento di cambiare strada. I Newton intrappolati dentro i nuclei degli atomi potevano essere utilizzati per diagnosticare e curare malanni, ma non per soddisfare la crescente fame di energia a sostegno dei consumi e del benessere comune. I progressi scientifici e le conseguenti applicazioni tecnologiche (vidi il primo aerogeneratore in una mostra a Busto Arsizio nel 1976) indicavano già le nuove direzioni da percorrere. Bastava intravvederle e, soprattutto, togliersi dagli occhi il velo accecante degli interessi economici e della detenzione del potere. Ogni innovazione introdotta dall’umano intelletto è caratterizzata da una transitoria fase di successo, seguita da inesorabile declino. Non sono forse andate in pensione la straordinaria, gloriosa lampadina ad incandescenza di Thomas Edison e le valvole termoioniche di Fleming e De Forest? Perchè non convincersi che è ora arrivato il momento di decommissionare le vecchie centrali ad uranio arricchito, mettendo a punto, tra l’altro, un sicuro ed oneroso metodo per ricoverare, durante i prossimi mille anni, le scorie già accumulate? Pensare alle realizzazioni di queste “terze” o “quarte” generazioni di reattori nucleari a rinnovata “sicurezza intrinseca”, significa produrle a costi elevatissimi, nell’ intento di ridurne la pericolosità. Chiunque, tra gli addetti ai lavori, sa, peraltro, che il “rischio zero” non esiste e che il raggiungimento di elevati standard di sicurezza comporta investimenti tali da renderne davvero arduo l’ammortamento ed alto il prezzo del prodotto. Per anni e su centinaia di pubblicazioni è stato affermato che i vecchi impianti BWR o PWR erano sicuri: Chernobyl prima e Fukushima ora smentiscono clamorosamente tali assunti. Le drammatiche immagini del polo energetico giapponese devastato da diverse esplosioni, la decisione del governo di evacuare la popolazione residente in un raggio di qualche decina di chilometri e l’apparizione televisiva dell’imperatore, inducono a pensare che la situazione stia prendendo una piega critica e che il rischio di fusione del nocciolo, in uno o più reattori, possa costituire evento da mettere nel novero delle plausibili previsioni, proprio come venticinque anni fa a Chernobyl. Tra i due episodi una sola distinzione è possibile fare: In Ucraina fu l’errore umano a scatenare il disastro; nel paese del Sol Levane ha provveduto la natura. Nella sostanza non cambia niente. Al termine dello sforzo gigantesco che i cento eroici volontari stanno producendo, avremo alcuni altri sarcofaghi nucleari da tener d’occhio per i prossimi secoli. Non trovo la voglia di proseguire oltre, poichè consapevole che non c’è molto altro da dire, ma una considerazione conclusiva me la voglio, comunque, concedere: Un evento naturale, violento, come il terremoto e lo tsunami dello scorso Venerdì 11 Marzo, che investisse un campo eolico o fotovoltaico, provocherebbe di sicuro un danno di qualche centinaio di milioni di euro. Un aereo di linea dirottato, che concludesse il suo volo su di un insediamento puntiforme quale un reattore a fissione di “ennesima generazione”, brucerebbe in un attimo qualche miliardo di dollari, ucciderebbe immediatamente un paio di migliaia di persone e... Realisticamente metto in conto alcune decine di migliaia di bambini leucemici. Può bastare?


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