Posto fisso, una sfida per i giovani

Il posto fisso è monotono? Chissà come lo è diventare senatore a vita. La battuta circola sul web e la dice lunga sull’equivoco generato dalle parole del premier Mario Monti sul posto fisso. Equivoco che lo stesso Monti ha cercato di superare spiegando che non intendeva semplicisticamente svalutare il posto fisso con la sua stabilità e le tutele che ne conseguono, “valore positivo”. “La mia frase – ha spiegato – serviva a dire che i giovani devono abituarsi all’idea di non avere un posto fisso per tutta la vita, come capitava alla mia generazione o a quelle precedenti, un posto stabile presso un unico datore di lavoro o con la stessa sede per tutta la vita o quasi”. Meglio invece “abituarsi a cambiare spesso luogo o tipo di lavoro e Paese”.Sul tema, oltre ai blogger spiritosi, sono intervenuti studiosi e personaggi autorevoli, chi a puntare il dito contro una “gaffe” o il “cattivo gusto” del premier, chi a cercare di interpretarne il pensiero in chiave positiva e ribadire, sostanzialmente, la validità della “rotazione professionale” e, soprattutto la centralità del lavoratore più che del lavoro. Bisogna tutelare la persona prima e più dell’occupazione.Questo è effettivamente il nodo. Senza dimenticare che la questione lavoro ha a che fare profondamente con la persona, con la definizione dell’umano ed è invece interessante notare come la discussione – sarà anche questo un effetto della crisi? – resta prevalentemente sul piano puramente economico, della mera occupazione.In questa prospettiva, la polemica sul “posto fisso” acquista una portata diversa e riguarda la necessità di ogni persona di trovare realizzazione di sé, anche e forse soprattutto attraverso il lavoro che è bene più che economico. La questione, evidentemente, va ben oltre i temi della flessibilità o dell’articolo 18, pur non essendo questi indifferenti. Il fatto è che ci si muove su un piano diverso, anche per richiamare il senso autentico del lavoro umano che ha a che fare con la sicurezza personale, la progettualità, la capacità/possibilità di partecipare compiutamente alla vita sociale, di collaborare alla realizzazione del bene comune. Da questo punto di vista sono illuminanti le riflessioni del magistero della Chiesa che ribadisce come il lavoro è per l’uomo e non viceversa e che “il valore primario del lavoro riguarda l’uomo stesso, che ne è l’autore e il destinatario”.La questione del “posto fisso”, della tutela dell’occupazione, ha come scenari di fondo anche questi temi e invita a riflettere su quali risposte/prospettive sono offerte oggi soprattutto ai giovani. Senza far finta di non vedere le trasformazioni del “mercato del lavoro” e forse anche senza difendere dei totem. Ma ridando respiro e centralità agli uomini e alle donne che in quel “mercato” non vorrebbero essere merci.


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