Lo sfogo di una giovane imprenditrice: «Se aspettiamo il contagio zero per ripartire, le imprese moriranno»

Lo sfogo di una giovane imprenditrice: «Se aspettiamo il contagio zero per ripartire, le imprese moriranno»

Martina Mastria, di Sant’Angelo, ha solo 24 anni

«Se andiamo avanti così e aspettiamo il contagio zero per ripartire da zero, rischiamo di morire di fame e non di Covid». Parla a ruota libera Martina Mastria, giovane imprenditrice di Sant’Angelo. Guida a 24 anni, insieme al fratello, al Refridom srl di via Cavalier Manzoni, zona industriale di Maiano. Quindici addetti in tutto, la realtà lavora nel campo della refrigerazione industriale: di fatto si occupa di tutto ciò che riguarda impianti frigoriferi, celle frigo, condizionatori, ma anche di assistenza tecnica di settore e di attrezzatura per ristorazione nuova e usata. Martina Mastria ha deciso di prendere carta e penna e di scrivere a Il Cittadino per denunciare quello che stanno vivendo imprese come la sua, in una crisi che da sanitaria sta diventando economica. Si definisce «imprenditrice indignata» e scrive con «rabbia», perché «da quattro anni combatto con tanta pazienza con lo Stato e la sua burocrazia: uno Stato che chiede in modo confusionario una quantità indecifrabile di tasse e microtasse, al punto che è anche complicato conoscerle tutte e starci dietro» e «oggi ci prende in giro prendendo decisioni che si basano su trend e percentuali senza pensare al danno sociale ed economico che stanno creando e che pagheremo noi giovani e le prossime generazioni». I problemi che elenca sono diversi. «Come per tutte le aziende, anche noi siamo in un momento critico: abbiamo perso il 60 per cento del fatturato, anche se lavoriamo con la grande distribuzione, che più di tutti gli altri settori è cresciuta in questo momento, perché le ristrutturazioni dei punti vendita vengono posticipate e le nuove aperture anche, senza contare che per i cantieri fuori regione non veniamo più chiamati - spiega -: se non si riaprono al più presto i confini tra regioni richiamo di morire di fame e non di Covid. Poi c’è il tema fiscale, perché la sospensione serve a poco: se non lavoriamo come possiamo a pagare le scadenze che arriveranno comunque? Poi c’è la cassa integrazione non garantita ai lavoratori per ritardi e trattenute o ancora i test sierologici a ciclo continuo ai dipendenti, perchè farlo una volta sola, a che serve? E poi l’acquisto dei dispositivi di protezione finora con Iva al 22 per cento e il fondo esaurito in un attimo per il sostegno alle imprese su questo tema». Il verso problema è che «le difficoltà concrete delle aziende lo Stato le ignora»


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