Le due Italie, locomotiva ormai ferma

L’Italia va a due velocità, e non è certo una novità. I dati forniti dall’Istat sulla crescita del prodotto interno lordo certificano una spaccatura netta nell’economia tricolore: mentre il Nord tenta di inseguire la locomotiva tedesca, che sta correndo a più non posso (+3,9%) trainata dalle esportazioni, il Mezzogiorno praticamente langue. L’Istat racconta di un Nordest che cresce globalmente del 2,1%, trainato da un settore industriale in buona salute mentre stenta di più il terziario: buon segno, il manifatturiero va bene ed esporta beni importando ricchezza. E pure l’industria del Nordovest mette a segno percentuali di crescita di stampo tedesco, mentre è il resto dell’economia che fatica a crescere. Ma lo sviluppo industriale porta con sé fatalmente quello del terziario e dei servizi avanzati, quindi i segnali sono buoni e incoraggianti.Ma la ripresa economica in atto rallenta sugli Appennini, e praticamente si blocca superati i confini dell’ex regno borbonico. È il Sud che non si schioda da una crescita zero che, semplicemente, significa nei fatti un leggero impoverimento generale. Un’economia sana genera ricchezza per la popolazione se fa crescere il prodotto interno lordo di almeno un 2% annuo. Al di sotto di questa percentuale, si assiste al fenomeno inverso dell’impoverimento di una società. Ebbene, l’Italia è da quasi vent’anni che – anno dopo anno – sta smantellando la sua ricchezza in termini reali: non dimentichiamoci che il nostro tangibile benessere è frutto anche dello spaventoso debito pubblico che grava sulle nostre spalle. È nel Mezzogiorno che questo fenomeno diventa macroscopico: qui, in un contesto di ripresa economica generale, l’industria arranca e così i servizi, mentre cresce di poco l’agricoltura che comunque non ha grande peso specifico né genera particolare valore aggiunto. In cifre l’economia meridionale fa un +0,2% rispetto però ad un 2009 che è stato l’anno più disastroso per l’economia italiana dal Dopoguerra ad oggi. I numeri evidenziano la drammaticità della situazione.Morale della favola: nel 2010 l’economia italiana nel suo complesso ha fatto registrare una mini-crescita dell’1,3%, insufficiente in sé e ancor più se paragonata con altre economie europee e mondiali. Per dirla fuori dal lessico economico, il Paese è fermo. Non riesce più a produrre nuova ricchezza, e si sta lentamente mangiando quella accumulata. Il buco nero è il Mezzogiorno, che tra l’altro assorbe una bella fetta di spesa pubblica.Quindi la vera emergenza sta lì: come affrontarla, è compito della politica. Che non deve creare stabilimenti chimici o acciaierie, ma rimuovere le cause – mancanza di infrastrutture, delinquenza organizzata, tempi della giustizia civile, strutture migliori per una formazione più qualificata – per far tornare il Mezzogiorno quel che era nella prima metà dell’Ottocento: la locomotiva d’Italia, che produceva più della metà del Pil dello Stivale mentre la povertà albergava nelle valli bergamasche e nelle basse padane.


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