La scuola e i minori a rischio

In più di un’occasione mi sono lanciato in accuse contro genitori e insegnanti e comunque contro gli adulti in genere, colpevoli, a mio dire, di non curare abbastanza l’educazione dei ragazzi. Ora dopo aver letto certe notizie di stampa da cui emergono dei ragazzini presentati come soggetti pericolosi, irresponsabili o ancor di più come autori di scelte immorali, mi chiedo a chi altri rivolgere le mie accuse? A chi addebitare le carenze educative alla base di certi comportamenti a dir poco incivili? Quando dei ragazzini in ambito sociale sfuggono al controllo dei genitori o vengono lasciati liberi di muoversi senza limiti in atti impulsivi; quando maggiorenni o minorenni si sentono attratti da bagordi, sbornie o comunque da eccessi di ogni tipo, allora mi chiedo se non sia arrivato il momento, per i genitori, di intervenire con rigore e riprendere certi basilari principi educativi per recuperare un corretto rapporto relazionale piuttosto che affidarsi al fatalismo o rifugiarsi nella solita frase «da mio figlio questo non me l’aspettavo». Ancora una volta, pur riconoscendo il morale a pezzi, sono i genitori i primi responsabili. Faccio fatica a immaginare lo stato d’animo di un genitore allorché viene a sapere del coinvolgimento del figlio in uno stupro di gruppo consumato tra amici o saperlo artefice di fatti dai risvolti penali in quanto colpevole di violenze e minacce sui più deboli. O ancora di una figlia appena quindicenne coinvolta in uno squallido giro di lolite pur di garantirsi qualche ricarica telefonica. Non sono idee virtuali frutto di una particolare fantasia narrativa, ma amare riflessioni su ragazzi dai comportamenti deviati con cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti. Ragazzi di vita. Forse di troppa vita per quell’età così ricca di energia, ma anche così portata a vivere sregolatezze, a vedere nell’impulsività l’unica regola di vita fino a degenerare in atti assurdi e distruggere così l’immagine della schiettezza, della spontaneità. Qualcuno deve pur mettere un freno. E questo qualcuno non può essere solo la scuola indicata dai più come l’unica a cui demandare l’educazione dei ragazzi. E dove mettiamo i genitori considerati i primi e insostituibili educatori? Quando tra coetanei sorgono i primi rudimenti di coercizioni, di soprusi, di piccoli gesti violenti, di atteggiamenti irrispettosi, non c’è tempo da perdere e non c’è sostituto da delegare. Avanti subito con i consigli, con il proprio esempio di vita, con la propria testimonianza. Compito difficile vieppiù perché contrapposto a quello meno faticoso e più attraente offerto dai media come pasto quotidiano ai ragazzi, provetti fruitori nonché promettenti consumatori.Provate a parlare ai ragazzi di sobrietà, di laboriosità, di temperanza, di risparmio, noterete che l’attenzione da parte loro sarà sicuramente faticosa e comunque meno di quanto attrae un discorso supportato da comportamenti negativi poiché ciò li rende spavaldi davanti agli occhi dei più deboli. L’adolescenza è l’età più critica. E’ quella che mette in croce madri e padri; è quella che mette a dura prova la pazienza e l’equilibrio degli insegnanti, che sottrae tempo al lavoro, al tempo libero, alla spensieratezza. Eppure è proprio questo il periodo che più di ogni altro merita attenzione, disponibilità, prodigalità. Gli adolescenti non chiedono tutto questo, sono gli adulti che, al contrario, devono assicurare e non far mancare. Non va dimenticato che dietro i nostri ragazzi ci sono quelli che Plutarco chiama «gli impostori e i bastardi dell’umano consorzio» pronti a raccogliere le debolezze dei nostri ragazzi per farne dei modelli di ubriachezza, degli esempi di sperpero, dei consumatori di ozio, degli autori di bassezze di ogni tipo, mistificandoli in quello che sono per trasformarli in quello che non sono. D’altra parte è pur vero che un’opera educativa riesce meglio se ai consigli corrisponda una buona predisposizione all’ascolto. E qui entrano in ballo proprio loro: i ragazzi. Ragazzi che si aspettano più comprensione e meno arroganza, più umanità e meno intransigenza, più vicinanza ai problemi e meno distacco dagli affetti, il tutto per rendere meno aspro il rimprovero che comunque non deve mai mancare. Un rapporto del genere potrebbe (il condizionale è d’obbligo) infondere più fiducia, potrebbe rafforzare le convinzioni, infondere autostima in quello che si fa e in quello che si dice. Dare ai ragazzi più opportunità di confrontarsi, di esaminare le proprie e le altrui considerazioni con occhio diverso e rafforzare così la capacità di dialogo. Essere rigidi e intransigenti non vuol dire sconfinare negli eccessi prima, per provare pentimento dopo. Da ragazzino ricordo che per rendere meno amara una medicina, mia madre metteva un pizzico di zucchero nel cucchiaino. Il risultato era che da una parte io digerivo l’amaro, dall’altra lei otteneva quello che più aveva a cuore: portarmi alla guarigione. In certe situazioni bisogna essere creativi, intuitivi, farsi accompagnare dalle idee. Talvolta accontentandosi delle attenzioni dedicate e talvolta accettando le provocazioni, ascoltando le rivendicazioni, cercando un punto d’incontro su comuni riflessioni, per riviverle come sprono al fare e non come ostacolo per il non fare o, peggio ancora, come una strategia a cui ricorrere per una deleteria perdita di tempo. Al bando gli atteggiamenti estremi. Sentite come andò un breve incontro tra Platone e Diogene di Sinope (il Cinico matto). Teniamo presente che i due non si sopportavano, ma non disdegnavano di incontrarsi e confrontarsi. Il primo, di famiglia aristocratica, elegante e austero viveva nell’ordine e nell’agiatezza, il secondo, di famiglia poco esemplare (padre falsario), sciatto, zozzone e smodato, amava il disordine e preferiva il marciapiede (non come intendiamo oggi). Entrambi avevano differenti stili di vita. Un giorno Diogene andò a trovare Platone a casa sua e non mancò di punzecchiarlo: «Vedo in questa stanza un tavolo e una coppa, ma non mi sembra di vedere né la tavolità, né la coppità». La risposta? «Ed è giusto che sia così, giacché la tua mente è idonea a scorgere solo il tavolo e la coppa e non le idee». Similmente noi vediamo ragazzi sbronzi, violenti, disincantati o, peggio ancora, viziosi e dissoluti, ma non cogliamo il loro intimo grido di aiuto.


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