«Io che avevo visto tutti quei malati morire  non accettavo le cure dei dottori»

«Io che avevo visto tutti quei malati morire

non accettavo le cure dei dottori»

Piero Ferrari, medico del pronto soccorso, è finito in corsia, come i suoi pazienti, ha capito che le carezze non sono «romanticismo, ma servono a guarire»

Non è mai stato un medico algido però pensava che tutte quelle cose come accarezzare l’ammalato, sorridergli o parlargli, fossero in fondo un po’ romantiche. Quello che contava davvero era il tecnicismo. L’esperienza della malattia, invece, gli ha fatto cambiare idea. E lui, che aveva visto nei giorni precedenti tutte quelle persone morire in un giorno solo, in pronto soccorso, non riusciva a non avere paura. Era lì, con il casco per respirare in testa e gli passavano davanti le immagini dei suoi ammalati che se n’erano andati. Rifiutava le cure e non rispondeva ai messaggi dei parenti. Piero Ferrari, classe 1965, apprezzato medico del pronto soccorso di Lodi, oggi, grazie alla moglie, ai figli, ai suoi colleghi e allo psicologo ce l’ha fatta. È tornato di nuovo in corsia: pesa 10 chili di meno, ma ha quintali di empatia cuciti addosso.

Quando si è ammalato?

« Alla fine di febbraio non stavo tanto bene, l’1 marzo ho incominciato ad avere un po’ di mal di schiena, ho fatto la notte, ho preso il cortisone, non avevo appetito, non mangiavo, ma non avevo la febbre. L’8 marzo, dopo il turno di 12 ore, tutti mi dicevano che ero strano. Allora sono andato dal mio primario Stefano Paglia: avevo 38 e mezzo di febbre e la polmonite bilaterale. “Qua abbiamo 70 pazienti da ricoverare - ha detto lui -, ti mando al San Carlo».

Come Stava?

«Sono stato ricoverato 10 giorni con la Cpap, stavo malissimo e i valori andavano male. Noi medici abbiamo l’idea di essere immortali. Io avevo lavorato dal 22 febbraio all’8 marzo, proprio nei giorni in cui avevamo 5 o 6 morti al giorno, tutte persone giovani, sane. Tutto questo periodo di stress mi è ripiombato addosso. Avevo paura di morire, mi venivano tutti i pensieri negativi. Mi chiedevo se sarei sopravvissuto. Non telefonavo a casa, non rispondevo ai messaggi. Vedevo solo i medici e gli infermieri, i miei angeli».

È stato un periodo pesante...

«Molto pesante, poi era la mia prima volta in ospedale, a parte l’appendicite che avevo fatto a 9 anni».

Il fatto di essere medico ha inciso?

«Essere medico ha peggiorato le cose, non accettavo le cure. Stavo con la Cpap solo 6 ore la notte, poi cercavo di toglierla. Non ho mai litigato con nessuno, ma non riuscivo ad accettare di essere ammalato».

La malattia l’ha cambiata?

«Sì, mi ha cambiato nell’approccio al paziente. I medici sono innamorati del loro tecnicismo. La gente, invece, si aspetta competenze, ma anche sorrisi, carezze, chiede di essere ascoltata. Io prima pensavo fossero cose romantiche, invece non è così. Quando le persone erano capaci di ascoltare quello che avevo da dire, mi sentivo curato, miglioravo di più. Poi ho imparato che siamo di passaggio e che la vita non dipende da noi».

Pregava durante la malattia?

«Ho pregato tanto e ho scoperto che ho molti debiti perché tanti hanno attivato le loro referenze metafisiche, a partire da mia mamma. La malattia mi ha fatto riflettere sulla vita, su quelli che mi vogliono bene».

L’ha aiutata lo psicologo?

«Sì, ho avuto due colloqui, mi ha aiutato a uscire dalla depressione, mi ha dato dei consigli semplici, mi ha aiutato a razionalizzare. Dopo questo colloquio ho iniziato ad accettare le cure. Mi sono sentito molto amato dai miei colleghi e poi c’era mia moglie. Lei è stata un baluardo».

Come considera il Covid?

«Se penso al Covid penso a quelle grandi nevicate che si abbattono sugli alberi e i rami secchi si staccano. Noi abbiamo curato queste persone, stavamo loro addosso, intensamente, abbiamo avuto tanti successi, ma anche tanti insuccessi. Abbiamo seguito le direttive, ma non eravamo abituati a veder morire così tante persone insieme».

Cosa vi dicevano i malati?

«Noi eravamo i loro figli, i loro papà, le loro mogli. Stare solo in una stanza è molto pesante, non è come avere i famigliari accanto, averli è fondamentale per guarire. Ed è quello che ho imparato da questa esperienza».


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