È davvero tutta colpa degli studenti?

A un ragazzo che dava letteralmente i numeri, che farneticava, che si divertiva a prendere in giro i passanti, Diogene disse: «Ragazzo mio tuo padre doveva essere ubriaco quando ti generò». Un severo rimprovero a cui seguì, pare, un’indifferente spalluccia da parte del ragazzo. Oggi, sono sicuro, una simile battuta sarebbe costata cara all’insegnante poiché ritenuta tanto offensiva quanto lesiva della dignità genitoriale al punto da immaginare un diverso epilogo. Richiesta di chiarimento, lettera di un legale, querela di parte con processo penale. Una vera iattura. Eppure a ben esaminare la scena descritta da Plutarco con Diogene protagonista, oggi come allora ci sarebbero tutte le condizioni per dare forza e significato a quella battuta. Nulla è cambiato nella sostanza se non fosse che nel frattempo sono passati più di duemila anni. Se nel tempo qualcosa è cambiato, ciò che più è da prendere in considerazione è il comportamento dei ragazzi che oggi causa più di una preoccupazione supportata da un discutibile rapporto con gli adulti. E se questo vale per gli adulti in genere, a maggior ragione tocca gli insegnanti non fosse altro che per il grave compito educativo a cui sono principalmente chiamati. Siamo di fronte a una generazione che per certi versi suscita in noi tutti un certo timore. Timore di affrontarli direttamente perché non si è certi delle reazioni che dalla durezza dell’intervento educativo possono scaturire; timore di dover fare i conti con i genitori che imbevuti di animo prospero verso i figli (i figli so’ piezz’ e core) sono catturati dalla voglia di verificare sul campo ciò di cui i figli sono chiamati a rispondere. Una verifica che in virtù di quella predisposizione naturale tipica di ogni genitore di parteggiare per la propria progenie, viene affrontata con cecità e talvolta a suon di scaltrezza pur di tirarlo fuori dal pasticcio in cui il ragazzo si è andato a cacciare. Questa generazione, inoltre, sta compiendo oggi un salto di qualità. Dagli insulti e dall’atteggiamento di sfida fisicamente rivolti agli insegnanti passa, grazie al potere della tecnologia, agli attacchi virtuali, lasciando nella rete tracce di invettive, minacce, offese e calunnie che ben presto trovano terreno fertile nella condivisione. Nasce, così, il gruppo violento unito da uno sconosciuto e subdolo legame costruito su fragili quanto insignificanti sentimenti. Dovremo forse rimpiangere le storiche e simpatiche note disciplinari che hanno nel tempo caratterizzato il rapporto tra studenti e insegnanti? Credo proprio di sì. Per certi versi quelle note disciplinari, dettagliatamente descritte e debitamente firmate dai nostri insegnanti, ci appariranno più che nostalgiche poiché soppiantate da pericolose affermazioni nascoste da pseudonimi se non da anonime giovani testimonianze. Non sono esclusi da questo degrado comportamentale i genitori sempre attenti a mandare alla malora certi tentativi messi in atto dai docenti per costruire maturità di pensiero su cui far nascere e crescere una personalità. Salgono all’onore della cronaca reazioni sconsiderate soprattutto nei momenti più delicati della consegna delle pagelle talché il non trovarsi d’accordo con i docenti sulla valutazione, legittima il genitore a rivendicare una diversa soluzione in mancanza della quale si passa dalle parole ai fatti. In questo caso quasi nessuno riesce a scansare i momenti di violenza. Docenti, presidi e bidelli sono lì a proteggere e a proteggersi e, quando va bene, sono contenti di tornare a casa senza marcare visita al pronto soccorso. Non meno censurabile è l’atteggiamento di quel tal genitore che si dovesse eventualmente rendere responsabile di quel disfacimento morale ed educativo di cui, al contrario, potrebbe glorificarsi il figlio. E’ il caso di citare un recente episodio salito agli onori della cronaca che vede un ragazzo, in compagnia di sue tre amiche, festeggiare il suo diciottesimo anno sottolineato da un estremo atto di generosità da parte del padre. Tutti insieme vengono accompagnati a Scampia dove potersi fornire di cocaina e provarne così l’ebrezza di gruppo. Più che tolleranza e lassismo, siamo qui a raccontare degrado morale e distruzione dei valori che portano al naufragio educativo. Valori e principi vanno a farsi benedire per essere sostituiti da altri pseudo valori e altri più avventurosi principi. Violenza e iniziazione sono i nuovi livelli sociali che per qualcuno qualificano evidentemente l’entrata in società. Si può rimanere sgomenti, come si può essere scandalizzati, tuttavia certi comportamenti sono ritenuti, da una certa cultura parentale, più consoni ai tempi che corrono. Questo perché anteporre virtù e sanità morale al piacere non va più di moda. Consigli e precetti non scalfiscono più di tanto l’animo del ragazzo che volontariamente o involontariamente si trova inserito nei meandri della nuova cultura del disfacimento morale portato a valore dallo stesso genitore. I sentimenti spesso cospirano per dar vita a comportamenti che finiscono col radicarsi negli usi e costumi fino a essere compresi, tollerati e giustificati. Superficialità e sciatteria sono atteggiamenti tipici di chi non sa né da dove cominciare, né come finire. Credo di non esagerare quando dico che ci vuole un bel coraggio da parte di quel genitore chiamato a rimproverare al figlio quelle colpe in cui è caduto lui stesso. E’ come incolpare se stesso nascondendosi dietro il figlio. Ora come può un insegnante correggere i difetti se la stupidità, l’indolenza, il falso pudore guastano ogni buona intenzione? Come può una buona natura galvanizzata dalla disgregazione sociale vieppiù fiaccata dal degrado morale trovare la forza di comprendere i valori del sacrificio e dell’impegno? Cosa ci resta tra le mani se non la forza di continuare a impegnarci nella faticosa opera di togliere i ragazzi dall’oblio culturale in cui rischiano di cadere, dall’opera malvagia di chi vede nel degrado sociale una risposta adatta alla fame di successo. «Non mettere il cibo nell’orinale» ci ricorda Pitagora convinto com’era che mai un discorso valido potesse scalfire un’anima malvagia. Ma io sono più ottimista. Bisogna insistere perché questo possa, invece, accadere.


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