Il “j’accuse” di Marai al silenzio di un popolo

Antonino Sidoti

L’amaro affresco di una società in preda all’ “amok”, avvolta da una nebbia gialla e cullata su «un pantano ribollente sotto cui gorgogliava un vulcano»: Màrai incide con stile secco ed evocativo il racconto autobiografico degli anni che vanno dall’Anschluss al giorno in cui i carrarmati tedeschi varcarono i confini ungheresi nel 1944, spingendo lo sguardo fino all’arrivo dei sovietici nel 1945 e alla scelta dell’esilio nel 1948. Il romanziere di Braci ci consegna una bruciante confessione e un malinconico testamento tradito dalla Storia perché, citando Churchill, «i fatti superano sempre i sogni». Nel diario l’autore disse che questo «atto d’accusa verso l’Ungheria» non doveva essere letto da stranieri, perciò decise di pubblicare solo la seconda parte. Un’opera sommersa che riemerge con il fascino abbagliante di una prosa asciutta ed elegante, unita all’acutezza dell’analisi storica e socio-economica. Dal trattato del Trianon fino al ruolo del latifondo nell’appoggio al nazismo: «Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso».

Sandor MaraiVolevo tacereAdelphi Edizioni, Milano 2017, pp.147, 17 euro

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