Scomodo e duro, Sciascia scuote e non invecchia

Vincenzo M. Oreggia

Posizione scomoda e illuminata quella del maestro di Racalmuto, pienamente espressa in questa raccolta di interventi apparsi sul «Corriere della Sera», «L’Espresso», «Il Globo», «Panorama» e «La Stampa» tra il 1979 e il 1988 e dedicati alla mafia, al terrorismo e alla situazione della giustizia italiana. Riproposti, dopo la prima storica edizione Bompiani del 1989, dall’editore Adelphi per la cura di Paolo Squillacioti in una versione più attenta agli originali, tali scritti restituiscono egregiamente la misura di un intellettuale che rifugge l’ipocrisia e il conformismo diffusi e non si allinea univocamente con le forze del bene, con un potere statale o giuridico buono oltre ogni dubbio contrapposto all’abominevole fenomeno eversivo e mafioso. Ciò che tende a illuminare è l’untuosa, grigia zona intermedia, tanto prediletta e abitata dagli italiani: quell’universo umbratile dell’equivoco, del non detto al riparo dei più altisonanti proclami. È lì che si alimenta e vive un fascismo di natura metamorfica e più camuffata, un fascismo strisciante, culturale: lì dove si abusa a cuor leggero della giustizia convertendola nel suo esatto contrario, soprassedendo a vere ingiustizie e sbandierando a giustificazione l’eccezionalità del nemico o una pericolosa congiuntura sociale. L’impopolare atteggiamento garantista di Leonardo Sciascia, che è stato vigliaccamente attaccato con l’accusa di mostrarsi troppo morbido o quasi condiscendente nei confronti del potere mafioso, denuncia - siamo nell’agosto 1983 - come uno scandalo della democrazia il fatto che nel corso di una celebre operazione contro la camorra «su ottocentocinquantasei ordini di cattura ben duecento erano sbagliati», con la conseguenza terribile di dolorose incarcerazioni di innocenti, che «lasciano il segno per una vita intera». E tra tutte queste inique manette c’erano anche quelle strette ai polsi del conduttore televisivo Enzo Tortora, una delle vittime più vessate da una mala giustizia che Sciascia si impegnò a denunciare in numerose occasioni, indicando peraltro come stortura gravissima del nostro sistema giuridico la sostanziale impunibilità dei magistrati per gli errori commessi. Ricordando Gustave Flaubert, per il quale gli imbecilli si mostrano sempre persone maledettamente complicate, lo scrittore, sgonfiata l’idea paranoica del complotto attorno al presunto falso suicidio, considera la vicenda del banchiere Roberto Calvi trovato appeso al Blackfriars Bridge di Londra «sotto il segno dell’imbecillità», rintracciandone la principale causa nella fragilità mentale e psichica. Per capire le cose di mafia, o almeno cercare di farlo onestamente, occorre ripudiarne la versione corrente e ascoltare le voci di coloro che ne hanno studiato e meditato a fondo origini e trame. Bisogna ripercorrerne la genealogia. Sarebbe il caso di smettere, ammonisce l’autore de Il giorno della civetta con apostrofi che intercettano bene il nostro presente, con costose manifestazioni pubbliche e parate popolari - scolaresche in prima linea - di dissenso, privilegiando invece uno studio più serio sui banchi di una scuola «che bene o male ancora serve», e magari fare un opuscolo da distribuire ai volonterosi con le illuminanti trenta pagine che Eric Hobsbawn, ne I ribelli, dedica alla fenomeno mafia. Troppa ignoranza serpeggia nella Penisola, troppo allineamento sull’ovvio, sul facile plauso che distrae e depista l’attenzione da chi continua a delinquere indisturbato. Sciascia si difende e contrattacca alle ripetute accuse che il figlio del generale Dalla Chiesa gli rivolge quando sostiene che il prefetto assassinato aveva peccato di ingenuità evitando una protezione adeguata e non essendosi fatto un’idea del tutto aggiornata circa la pericolosità di quella che era divenuta una spregiudicata multinazionale del crimine; o ancora critica non i meriti della persona ma il modo in cui il dottor Paolo Emanuele Borsellino è nominato procuratore della Repubblica di Marsala. E polemizza in genere con i il conferimento dei poteri straordinari al Coordinamento antimafia di Palermo. La democrazia e il suo pieno rispetto sono armi e tutele più che sufficienti, e sono anzi l’unica via per combattere il grande male del Paese.

Leonardo SciasciaA futura memoria (se la memoria ha un futuro)Adelphi, Milano 2017, pp. 205, 24 euro

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