Giannini svela la vera storia dei domenicani

Marco Ostoni

«Mastini del Signore». Giocando sulla scomposizione in due parti del termine latino dominicanes , ovvero domini e canes , i domenicani sono stati storicamente rappresentati - e hanno contribuito a rappresentarsi - quali fedeli cani da guardia di Dio, incaricati di vigilare sulla Chiesa. Una raffigurazione che emerge anche nel celebre affresco allegorico trecentesco del convento (domenicano) di Santa Maria Novella, a Firenze, dove accanto ai religiosi in abito chiaro e mantello nero sono dipinti dei cani bianchi pezzati di scuro che difendono il popolo cristiano dai lupi (dell’eresia). Sin dalle origini, dunque, l’Ordine, che quest’anno tocca il ragguardevole traguardo degli 800 anni, ha volutamente scelto di ritrarsi quale tenace e ringhioso baluardo dell’ortodossia cattolica. L’immagine così costruita a livello di narrazione storiografica e iconografica è giunta fino a noi, divenendo patrimonio comune con le inevitabili forzature del caso, come Il nome della rosa di Umberto Eco del 1980 e l’omonimo film di Jean-Jacques Annaud tratto dal romanzo sei anni più tardi hanno palesato, proponendo al pubblico in modo distorto una figura storicamente esistita come quella del frate domenicano Bernardino Gui, proposto al pubblico dei lettori – ma soprattutto del cinema - nelle vesti di un sadico e sanguinario inquisitore perito (ed è un falso) in virtù di un’insurrezione contadina. Ma davvero i domenicani furono i campioni assoluti e indefessi della difesa dell’ortodossia lungo l’intero arco della loro quasi millenaria storia? Quanto c’è di vero in questa tradizione storiografica (peraltro autoalimentata)? A tali domande prova a rispondere Massimo Carlo Giannini, docente di storia moderna all’Università di Teramo, in un agile volume che Il Mulino ha appena mandato in libreria nella ricorrenza dell’ottavo centenario di fondazione dell’Ordine da parte di Domingo de Guzmán, meglio noto come Domenico (1174 circa-1221). Carte alla mano, lo studioso milanese smonta gli stereotipi radicatisi nella storia – a partire dalla stessa biografia ufficiale mitizzata di Domenico - e rimodella «l’immagine di una presunta inalterabilità di un’istituzione ecclesiastica che non fu mai uguale a se stessa lungo i suoi 800 anni di vita», mettendo piuttosto in luce i «numerosi processi di adattamento alla realtà e le trasformazioni che l’ordine dei predicatori ha conosciuto nel corso della sua storia, cui ha sempre corrisposto una rielaborazione del passato volta a metabolizzare ogni cambiamento al fine di ricondurlo al modello della fedeltà al carisma».Giannini ripercorre i passaggi principali della lunga e mai lineare parabola dell’Ordine, smascherando per l’appunto i molteplici adattamenti da esso affrontati in seguito ai conflitti in cui incorse e che riguardarono lo stesso Papato, del quale seguì anche la spaccatura scismatica di fine Trecento e inizio Quattrocento (ai due Papi corrisposero due maestri generali dell’Ordine). Ma duri scontri squassarono per decenni la stessa istituzione che si divise, nel Quattrocento, tra i frati “conventuali”, accusati dai loro avversari di rilassatezza morale per avere abbandonato la purezza della regola, e i frati “osservanti” (o riformati), che invece propugnavano il ritorno alla stretta osservanza. Una contesa nel cui alveo si colloca la vicenda di Girolamo Savonarola, domenicano che profetizzò l’avvento della riforma della Chiesa denunciando la corruzione del Papato e che per questo fu oggetto di ammirazione e di odio insieme all’interno dell’Ordine prima di finire arso sul rogo. Nei tre secoli successivi i domenicani conobbero altri importanti cambiamenti, dall’evangelizzazione dell’America alla nascita delle Inquisizioni (spagnola, portoghese e romana), dall’attività missionaria in Asia agli aspri conflitti dottrinali con i gesuiti, finendo per indebolirsi e per soggiacere, a partire soprattutto dal XIX secolo all’autorità assoluta del pontefice, salvo poi recuperare spazi di autonomia e margini di azione con il Concilio Vaticano II.

Massimo Carlo GianniniI domenicaniIl Mulino, Bologna 2016, pp. 228, 15 euro

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