Giovani del Sud, precari disillusi

R.C.

Fabio fa l’operaio all’Ilva, e uno sfizio se lo toglierebbe: «A quelli come Bossi, Calderoli, direi: venite a vivere qui, a respirare diossina, a cercare lavoro a Taranto. Se non lo trovate, vi cedo il mio. Venite a provare. Anche un giorno soltanto». Gaetano è laureato alla Federico II di Napoli e “masterizzato”, ma nasconde i dettagli del curriculum, perché é fondato il timore di essere respinti se si è troppo qualificati, e spera di essere chiamato a fare il custode di una palazzina. Giovanni vive a Trapani dove «il call center è l’unica scelta» e finisce nel guazzabuglio di un meccanismo identico in tutta Italia, per cui si reclutano i giovani, si pagano per qualche mese, si intascano i contributi statali e poi si chiude con un bel fallimento per ricominciare altrove. Sono alcune delle storie della “generazione zero” raccolte da Francesco De Filippo, giornalista dell’Ansa e scrittore, e dalla sociologa Maria Frega, in viaggio nel Mezzogiorno d’Italia. Storie di donne e uomini che hanno esordito nell’età adulta negli anni Zero, prima dei quali «nessuno avrebbe mai pensato che per diventare portalettere o impiegato comunale avrebbe dovuto spendere dieci, quindici anni di precariato», i call center non esistevano e lo stage si chiamava apprendistato. Storie di giovani che vivono tra “Scampia e Cariddi”, dove sotto i 25 anni uno su due non ha lavoro. Storie di ragazzi «buoni e cattivi, coraggiosi e pavidi, i

ntraprendenti o sciocchi. Proprio come quelli del Nord, come quelli di tutto il resto del mondo». Con gli stessi sogni ma con meno possibilità. A raccontarle, senza infingimenti né vittimismi, sono gli stessi protagonisti. Tra le testimonianze più forti quella di Giovanni: non tanto perché viene da Scampia, che ormai «è un brand», ma perché ripercorre, a ritmo serrato e con logica disarmante, la sua vita da piccolo criminale che arrotondava con le rapine lo stipendio da 195 euro alla settimana in un deposito di carni. Ora è agli arresti domiciliari, non vuole fare più «é tarantelle» e sogna di prendere un camion frigo e andare in giro per l’Italia a vendere mozzarelle. Non potevano mancare i nuovi emigranti, i “cervelli in fuga”, come Giusy ed Edoardo, lei calabrese lui genovese, che hanno accarezzato il sogno americano. «La nostra vittoria - raccontano parlando dell’arrivo negli Stati Uniti - non è stata tanto l’essere riusciti a emigrare e trovare un buon posto di lavoro, quello dei nostri sogni. È stato più difficile non tornare indietro subito, nell’immediato».

Una gamma di esperienze, ricordi, emozioni, un’inchiesta appassionata e una convinzione: «Occorre condividere le speranze di miglioramento, progettare insieme gli strumenti per raggiungere una qualità della vita non solo accettabile: appagante per tutti. Uguali possibilità, senza dover ricorrere a sradicamenti dolorosi. Al Sud come al Nord. In caso contrario, saranno tutti a pagarne il prezzo. Perché un Sud libero e migliore corrisponde non tanto a un’Italia unita - sottolineano gli autori - quanto a un’Italia migliore».

Il libro viene presentato oggi a Roma, alle 17.30 nella Sala del Parlamento europeo di via IV novembre, con la partecipazione del vicepresidente del Parlamento europeo Giovanni Pittella, del vicepresidente di Confindustria Alessandro Laterza e del coordinatore nazionale Mezzogiorno Cgil Francesco Garufi.

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