Dolore, vita e utopia nella poesia di Alziati

Amedeo Anelli

Come scrive Fabio Pusterla nel “retro” copertina di Come non piangenti, titolo dell’ultima raccolta di versi di Cristina Alziati: «Riassume molte cose, le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente l’esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere, e tutto questo con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata». Infatti questa della Alziati è una poesia di misura, limpidezza e potremmo dire di “dizione” o meglio di intonazione. La materia anche di derivazione biografica è scivolosa, a forte pericolo di debordamento, di letterarietà: ecco che la Alziati agisce sulla narrazione, tempera i registri, diviene sovrapersonale nella modulazione di “io” e “tu”, diviene un’istantanea di una condizione. I versi sono ricchi di riferimenti sociali e culturali in parte esplicitati nelle note, essi fanno da fondo all’enunciazione che comunque in qualche modo si chiude su se stessa non rimanendo mai aperta in un macrotessuto. Per tutte le poesie Ricapitolazione: «In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi i nomi. Io da allora / quando chiamo la terra e la casa / la dolcezza il pane, e dentro / c’è una notte come questa, io / quando dico terra, / è disfarla, dico, la terra - è farla. // quando dico mattina ed è questa / in cui guardo Sofia andare a scuola / con altri bambini, e domando / dove ora saranno i bambini dei fuochi / i soldati bambini, quando dico / mattina, e quegli altri, con i loro / giocattoli-mina quando dico bambini».

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CRISTINA ALZIATI, Come non piangenti, Marcos y Marcos Edizioni, Milano 2011, pp. 112, 14,50 euro

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