L’assenza fisica di un candidato consumato dalla solitudine

L’assenza fisica di un candidato consumato dalla solitudine

Lorenzo Musitelli

E, dunque, il cambiamento è arrivato! C’era e c’è bisogno di apertura al dialogo e al confronto nella città e tra i cittadini, di più umiltà e meno presunzione, di fatti e non parole.Tra la gente si captava la voglia, la necessità di percepire come compagni di strada e di discussione i possibili governanti della città, di tirarli fuori dalle stanze della politica, di riportare la stessa dentro il cuore della città.C’era, anche, chi forse si aspettava delle scuse, o anche solo un po’ di autocritica, comunque non pervenute.Qualcuno è stato bravo a intercettare questi sentimenti, queste emozioni, peraltro non così diffusi tra la popolazione se quasi la metà dei concittadini ha scelto di non esercitare il proprio diritto di voto.Qualcuno, con grande intuito, già dalla scorsa estate ha iniziato a percorrere vie e quartieri andando ad occupare spazi di dibattito e di relazione incautamente abbandonati o colpevolmente dimenticati.Suscitando, allora, rimpianto per i così frettolosamente accantonati comitati di quartiere o consigli di zona che dir si voglia e, oggi, fiduciosa attesa per una possibile loro riedizione a favorire la partecipazione e la condivisione dei cittadini alla vita politica locale.Altri, purtroppo, hanno atteso la venuta del Santo Patrono per approcciare il tema delle candidature e dei programmi, forse troppo distratti da scadenze referendarie o forse troppo, quasi come sempre, sicuri di portare a casa il risultato con il minimo sforzo.Da un lato, quindi, una incisiva e costante presenza tra la gente, anche con slogan di puro ed esclusivo effetto propagandistico ma di potente efficacia; dall’altro un distacco quasi ad apparire di sufficienza, se non a tratti di rassegnazione, sfociato al culmine della competizione elettorale in un’assenza fisica urlata in tutta la sua inesplicabilità con un candidato ai più apparso solo e consumato da tanta solitudine.E vinse il cambiamento atteso, anzi preteso e ottenuto.Oggi è quindi giusto ritenere che quelle attese, quei bisogni si trasformeranno in azioni ed esercizi concreti di democrazia, che faranno sintesi tra quanto la città richiede in termini di strutture, servizi, sicurezza, efficienza, sanità, lavoro, cultura, sport e tempo libero, e quanto sarà possibile realizzare con le risorse, soprattutto economiche, a disposizione.È giusto pretendere che il Consiglio Comunale sia realmente l’ambito in cui le istanze si confrontino con i programmi, le delibere si discutano tra e con gli eletti, la Giunta si misuri con il mandato che la città ha conferito ai consiglieri.La nuova Giunta, che il neo-Sindaco andrà a nominare, dovrà quindi essere il fulcro di un lavoro condiviso da sottoporre al Consiglio Comunale, non il vertice di un sistema di potere da imporre all’Assemblea Consiliare.Andando oltre gli slogan, le parole d’ordine, gli stereotipi, costruendo percorsi comuni di analisi ed elaborando progetti credibili di certa realizzazione, con i piedi per terra e la mente sgombra da pregiudizi; con onestà, trasparenza, umiltà, disponibilità.Ponendosi al servizio della comunità, sempre.Confidiamo che le persone elette sappiano cogliere la difficoltà e l’importanza del momento che la storia consegna alla loro responsabilità.E vogliamo sperare che, oltre l’appartenenza di parte, siano ben consapevoli che a Lodi la Polenghi Lombardo non è andata a rotoli per colpa degli immigrati, e, in Italia, nemmeno l’Alitalia o l’Ilva o l’Irisbus e altre decine e decine di aziende sono finite in sofferenza per colpa degli immigrati.Ma per colpa della mala politica, della corruzione, della disonestà, degli egoismi, degli opportunismi, dell’esosità dei ricchi, dell’indifferenza dei benestanti, del malaffare e della criminalità.Se avranno presente questo, faranno il bene della città e dei lodigiani, di quelli che vi sono nati e di quelli che vi si trovano a risiedere.

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