Un giornale che ne ha viste di tutti i colori

Ferruccio Pallavera

Sapete, questo giornale ne ha viste di tutti i colori. Come nel 1890, quando il vescovo di Lodi, constatando che l’allora settimanale diocesano aveva una testata che per un giornale era orripilante (si chiamava “Il Lemene”) pensò che fosse meglio cambiargliela. E poiché veniva da Brescia e là il senatore Montini aveva appena fondato un quotidiano cattolico, decise di dargli il medesimo nome: lo chiamò “Il Cittadino”, e fu una fortuna, perché ha un significato che è tutto un programma, ed è aperto al mondo.

Di tutti i colori. Come nel 1906, quando in deroga al non expedit (i “clericali” non dovevano recarsi alle urne) sostenne i cattolici di Codogno che elessero in parlamento Angelo Mauri. O come nel 1911, in occasione della guerra di Libia, quando si riempì di retorica patriottarda inneggiante a un riproporsi dei fasti di Lepanto: il direttore, che per l’assistenza della gioventù si sarebbe rivelato un portento (lo era un po’ meno a livello giornalistico) fu sostituito con don Giovanni Quaini. Che era apertissimo alle idee sociali e sulle aie delle cascine predicava la necessità di costituire cooperative di tenaci contadini capaci di concorrere con i fittabili nell’assumere la conduzione dei fondi mediante contratti collettivi di affittanza.

Don Quaini fondò una decina di casse rurali e altrettante cooperative di consumo. Organizzò – sostenuto dal “Cittadino” - uno sciopero memorabile (fatto fallire dai socialisti che si trasformarono in crumiri) e allo scoppio della Grande Guerra proclamò tutta la sua contrarietà al conflitto. Fu proibito ai soldati lodigiani che si trovavano nelle trincee di leggere “Il Cittadino”, perché inneggiava alla pace. Proseguì con questo tenore fino al 1917, quando il prefetto, per levarsi di torno quel prete scomodo, gli mandò la cartolina precetto e lo spedì in guerra. Quando tornò riprese la direzione del giornale, ma ci rimase poco tempo, perché preferì seguire don Sturzo e divenne segretario del Partito popolare di Lodi.

Di tutti i colori. I fascisti, visti i toni utilizzati sugli editoriali nei loro confronti, buttarono all’aria la tipografia dove si stampava il giornale, che per sopravvivere ai vent’anni di dittatura venne “normalizzato” riempendosi solo di cronache di funzioni religiose, prediche e processioni. Un’altra guerra e un altro sanguinoso dopoguerra, con il settimanale cattolico schierato a difendere i valori della libertà contro l’ideologia comunista, che vedeva nella Russia di Stalin il paradiso in terra.

Poi il boom economico, il consumismo, il Concilio Vaticano II, l’errante da non confondere con l’errore. Anche per la stampa locale sorse l’impellente necessità non solo di stare al passo coi tempi, ma di precorrerli, imboccando scelte che guardassero lontano. E così, a partire dal 1989, la difficile decisione di cambiare la cadenza del “Cittadino”. Non più bisettimanale, ma quotidiano. Una scelta convinta, ma tutta in salita, compiuta tra mille ansie e qualche polemica. Ma una scelta vinta.

Un giornale, il nostro – scriveva Age Bassi – che è specchio dei tempi e del territorio, ancorato ad una salda certezza di fede, che vince e supera le oscillazioni degli uomini. Si registrano le mutazioni della società, della cultura e del costume, si annotano le vicende – anche minute – con scrupolo e puntuale senso della notizia. Ci si riflette sopra cercando di fare analisi critica, di capire la ragion composta delle cose, tentando quanto più è possibile di avere l’occhio lungo e lucido che sa guardare lontano. Non sempre ci si riesce, ed è comprensibile, tenuto conto che il passo di una piccola provincia è per natura sua cauto e lento, però sicuro.

Infatti. Non sempre il giornale sa andare al nocciolo delle questioni, a carpire con un guizzante colpo di reni il bandolo di un’intricata matassa per dipanarla poi come si deve. Facile a dirsi, difficile a farsi, specie quando la forzata e febbrile consuetudine col “vissuto quotidiano” toglie tempo ed energie alla pur necessaria meditazione: l’indomani mattina bisogna essere nelle edicole.

Dal 1878, quando apparve il primo numero de “Il Lemene”, a oggi, l’informazione di questo territorio ha cercato di precorrere i tempi. “Il Cittadino” lo ha fatto in modo essenziale, tambureggiante, concreto, coraggioso, fornendo negli ultimi anni al Lodigiano prima e al Sudmilano poi un giornale quotidiano locale che prima non avevano mai avuto. Pur in mezzo a tante difficoltà e travagli, abbiamo tenuto la barra diritta, fedeli alle nostre radici e ai nostri principi, che affondano nel pensiero dei cattolici impegnati nel sociale. Cercando sempre di non distogliere lo sguardo. Lo facciamo anche oggi, con “Il Cittadino” totalmente rinnovato nella veste grafica. Cari lettori, continuate a seguirci: non vi abbiamo mai delusi. Sarà così anche questa volta. 

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