Un dottorato alla Columbia per Isaia Crosson, di Lodi

Un dottorato alla Columbia per Isaia Crosson, di Lodi

Federico Gaudenzi

Appassionato di letteratura, di fotografia, scrittore ben vestito e dalla parlata forbita ed elegante: è sempre stato una persona eccentrica, Isaia Crosson, fin da quando, per pagarsi gli studi, faceva il barista in un locale lodigiano. Da allora, di strada ne ha fatta parecchia, e chissà se, mentre insegna ai suoi studenti alla Columbia University di New York, ogni tanto gli capita di ripensarci. Dopo la laurea in Cattolica, infatti, il giovane lodigiano è partito per l’America, e nella Grande Mela ha avuto accesso a un dottorato in lettere classiche, che sta concludendo. «In Italia, probabilmente avrei dovuto pagare io per fare un dottorato, o comunque non avrei potuto mantenermi – spiega -. Qui, invece, la Columbia mi mette a disposizione un appartamento, mi dà uno stipendio e tengo alcuni corsi agli studenti dei primi anni». E poi, tutto intorno, c’è New York. «Quando sono venuto qui per la prima volta, per un paio di mesi dopo le superiori, ho capito che era la mia città. È un luogo dove si mischiano mille culture, dove nessuno ti giudica, dove la gente, inaspettatamente, è gentile e aperta agli altri». Certo, Isaia è anche conscio che Manhattan non è l’America: «Quando sono stato in Texas, ho trovato molta più chiusura mentale. Qui, invece, se sei italiano sei ben accetto, anche se hanno una visione un po’ fiabesca del nostro paese, come se passassimo le nostre giornate a contemplare quadri antichi e non lavorassimo mai, mentre loro, americani, si dedicano ai problemi veri della vita e mandano avanti il mondo». Di certo, il lavoro è una delle maggiori divinità degli Stati Uniti: «Qui l’idea fissa della persona media è che deve realizzarsi sposandosi e comprando una casetta col giardino, o un bell’appartamento. L’obiettivo è quello del self made man, l’uomo che si è fatto da solo, ammazzandosi di lavoro, l’uomo che non deve chiedere mai». Anche per la carriera accademica, le richieste sono elevatissime: «I professori, anche i luminari, devono continuamente produrre scritti, articoli, libri e idee. La concorrenza è forte». Alla lunga, il rischio è quello di non reggere un ritmo così duro: «Sicuramente è un impegno importante – racconta ancora Isaia -. Io, sinceramente, non ho ancora pensato al mio futuro. Mi piacerebbe proseguire la carriera accademica qui, ma accetterei volentieri anche un posto in Europa, se ne vale la pena. Devo ammettere che qui mi sento comunque lontano da casa, dalla mia famiglia, dalla maggior parte dei miei amici, essere in Europa e poter tornare a casa tutti i mesi è un bel vantaggio».

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