Il viaggio crepuscolare di Clint: una corsa “contro” il tempo
Clint Eastwood in una scena di “Il corriere”

Il viaggio crepuscolare di Clint: una corsa “contro” il tempo

In sala “Il corriere - The mule” diretto e interpretato da Eastwood e ispirato a una storia vera

Clint Eastwood è proprio come il vecchio Earl, il protagonista del suo nuovo film. Superati gli ottanta (Clint ne ha 88 compiuti) «è senza filtri», può permettersi di dire e fare ciò che vuole senza apparire stonato. Ha la forza per raccontare cose che in altre mani finirebbero per essere retoriche, banali, oppure scomode, impossibili, già masticate.

Dianne Wiest e Clint Eastwood

Ad esempio Clint può mettere in bocca al suo personaggio una battuta razzista sui «negri», scritta proprio così per giocare sulla sua fama di repubblicano di ferro, senza provocare sollevazioni. E può girare un po’ intorno, portando a spasso lo spettatore, apparentemente anche in maniera noiosa, per arrivare poi all’improvviso a dire cose definitive sul senso della vita, sulla vecchiaia, sulla colpa, sulla fede e sulla redenzione.

Questo accade con Il corriere – The Mule in cui racconta la storia (ispirata a fatti reali, ma la cronaca - si vedrà - è marginale) di un veterano quasi novantenne, irreprensibile americano assoldato da un clan di narcotrafficanti messicani per trasportare droga all’interno del Paese. Un compito che Earl assolve in maniera fredda, canticchiando ballate country, guidando attraverso gli Stati come quando portava i bulbi dei fiori del suo vivaio spazzato via dal tempo, dalla crisi e dall’avvento di internet. Earl non ha mai preso una multa in vita sua e non è mai stato capace di fare né il padre né il marito. Ha una faccia da insospettabile, con quella somiglianza con Jimmy Stewart, e alla guida del vecchio pick up si confonde davvero con la strada che attraversa. Arrivato alla vecchiaia «non ha fatto bene per gran parte del suo tempo» e ora si trova a trasportare droga per i narcos per guadagnare soldi che poi usa di nascosto per porre rimedio ad alcuni degli errori commessi.

Attenzione, ovviamente non c’è perdono e non c’è accondiscendenza verso le azioni di Earl il corriere, c’è invece uno sguardo lucido sulla sua vita, su ciò che è stata e – soprattutto – su ciò che non ha saputo essere. Clint Eastwood gira un film “spietato” e crepuscolare sul tempo perduto, sulla paura di morire e chiama ogni cosa con il suo nome. Racconta degli errori di un padre che non ha saputo essere tale, di un marito che ha perso tutte le occasioni possibili ma agguanta l’ultima come residua possibilità di redenzione. Il film, è vero, gira anche un po’ a vuoto in alcuni momenti ma sa esattamente dove deve approdare (basterebbero le due scene di “confronto” tra il protagonista e la moglie malata e poi ancora con il poliziotto che gli dà la caccia).

«Solo chi ha 99 anni vuol arrivare fino a 100»: Clint è proprio come Earl, è ancora in piedi dopo la sfida finale di Gran Torino e ha ancora cose da dire. Le dice con il suo stile asciutto fino al midollo, secco come uno sparo, rivelatore e senza infingimenti. Senza retorica, centellinando le miglia e il tempo che ancora rimane, al suo protagonista e a se stesso, tornato ad essere regista e attore. Parla, filma, si muove misurando le emozioni senza indulgenza, perché il tempo è tutto e ce n’è ancora per far espiare a Earl la condanna che lui stesso si è dato per le mancanze di una vita. C’è tempo ancora per Clint per girare un film che racconta del trascorrere inesorabile di quel tempo.

Lucio D’Auria

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