Cheney, l’uomo nell’ombra che ha mosso i fili del mondo
Christian Bale in una scena di “Vice”

Cheney, l’uomo nell’ombra che ha mosso i fili del mondo

In sala il film di Adam McKay che ricostruisce la figura del potente vice presidente di Bush jr.

Subito la cosa più difficile: si può fare un film su un “fantasma”? Su una figura misteriosa, praticamente un’ombra che ha saputo cambiare i destini del mondo senza apparire (praticamente mai) come l’anello più importante della catena? La risposta è sì, si può fare. Lo ha fatto Adam McKay che dopo “la grande scommessa” della finanza americana prende di mira direttamente Washington raccontando in Vice la parabola di Dick Cheney, il potente numero due dell’amministrazione di Bush figlio, una figura descritta dalle cronache e dalla storia ma che (lo si vedrà) è ancora tutta da raccontare

Vice è un film che non travolge, perché richiede una certa attenzione per seguire i diversi capitoli dell’ascesa e della carriera di Cheney. Ma è un film che raggela lo spettatore che ha ancora fresca la memoria dei fatti e d’improvviso si trova a poterli guardare come da dietro uno specchio segreto, di quelli che si vedono nelle stanze degli interrogatori nei gialli. Sullo schermo si diventa spettatori non visti di avvenimenti che hanno cambiato il solco della storia di milioni di persone e ci si ritrova a farsi la stessa domanda: “è andata proprio così allora?”. Adam McKay lo scrive nei titoli di testa («quella raccontata è una storia vera») perché da quel momento in poi fantasia, ricostruzione, documentario e farsa potrebbero accavallarsi e ingannare. Dopo tutto si sta raccontando una storia che sembra incredibile già dalla premessa, la storia di un uomo del Wisconsin «grasso, con la maglietta sporca di vomito e che non vale niente» che si ritrova, nel giro di vent’anni, ad essere il più potente ingranaggio della più potente nazione della terra. Un politico silenzioso e praticamente invisibile che ha di fatto governato gli Stati Uniti inventandosi un ruolo di “presidente ombra” che prima di allora non c’era mai stato.

McKay racconta l’istante preciso in cui questa svolta è avvenuta, il momento in cui la scintilla è scattata, e lo colloca nella sala dell’unità di crisi dell’11 settembre 2001. Ma il film prima e dopo spiega e racconta tutto il resto, disegna la parabola di quest’uomo che nel suo corpo - che aumenta a dismisura vista la passione per le ciambelle - sembra contenere tutto quanto il suo Paese. Due le scene rivelatrici: una nella prima parte quando Cheney agli inizi della carriera chiede al suo maestro Donald Rumsfeld «noi in cosa crediamo?» (la risposta è da antologia), la seconda va attesa con pazienza dopo i titoli di coda e getta il ponte sull’America di oggi. In mezzo - in un ritmo che alterna il tono della commedia a quello del giornalismo di inchiesta - alcune cose decisamente riuscite come il menù del potere servito al ristorante, con i pilastri del Cheney-pensiero elencati al posto dei piatti di portata. O la metafora della pesca alla mosca per ricostruire il colloquio tra il futuro presidente George W. Bush e il suo vice, in cui si spiega con l’aiuto di un filo sottile di nylon e un po’ di piume colorate chi stava pescando e chi era la preda. Per non dire dell’interpretazione di Christian Bale che lascia davvero a bocca aperta, ma qui bastano i pochi secondi dei trailer per rendersene conto. La trasformazione dell’attore è comunque destinata ad entrare nei manuali, non solo per il “peso”, la mole e il cambiamento fisico, ma per i piccoli tic, le posture, il dialogo che resta nell’espressione e che il doppiaggio ovviamente penalizza ma non cancella.

Lucio D’Auria

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