L’attualità irrompe nel festival: la “minaccia” del ponte Morandi
Sopra Michele Guyot Bourg davanti ad alcune immagini del ponte Morandi

L’attualità irrompe nel festival: la “minaccia” del ponte Morandi

Il festival della Fotografia etica ospita gli scatti di Michele Guyot Bourg realizzati tra gli anni ’80 e inizio ’90

I visitatori del Festival della fotografia etica trovano la fotografie di Michele Guyot Bourg subito nel piccolo spazio d’ingresso alle sale di Palazzo Modignani: una collocazione che mette in grande evidenza le belle immagini in bianco e nero del fotografo genovese, ma che d’altra parte testimonia l’allestimento necessariamente “frettoloso” di questi scatti, come racconta Aldo Mendichi nel presentare la mostra che ha un titolo esplicito “Vivere sotto una cupa minaccia”: «Il 16 agosto, due giorni dopo il crollo del ponte Morandi – spiega Mendichi – il reportage, che risale alla fine degli anni Ottanta e che testimonia la vita quotidiana dei genovesi che abitavano nelle case sotto il viadotto del Polcevera, è stato pubblicato sul profilo Facebook di Michele Guyot Bourg ed è diventato immediatamente virale: 55mila condivisioni e oltre 500 commenti in pochi giorni. Ho saputo del lavoro da un servizio televisivo e subito, dopo una rapida consultazione con lo staff del festival, abbiamo deciso che era assolutamente necessario esporre queste foto».

Una foto di Michele Guyot Bourg

Michele Guyot Bourg, 88 anni portati con straordinaria vivacità intellettuale, ha raccontato al pubblico la storia di questo lavoro, che lo impegnò per quattro anni tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, alla ricerca dei luoghi tra Voltri e Nervi nei quali l’autostrada passava in mezzo alle case. Dopo aver ricordato con commozione la sua incredulità alla notizia del crollo del ponte («Impossibile – dice di aver pensato – quel ponte non può cadere, è il nostro ponte di Brooklyn»), Guyot Bourg ha spiegato le difficoltà avute a suo tempo per ottenere il permesso di entrare nelle case per fotografare il viadotto. Alla fine, vinta la diffidenza, sono nate immagini di grande forza comunicativa, come quella dell’uomo che legge il giornale mentre dalla finestra aperta la visuale è ostruita dalla striscia scura del ponte, o quella della signora che stende il bucato sulla terrazza mentre l’autostrada passa sopra la sua testa.

Ora il servizio fotografico è diventato anche un libro (43 fotografie a Genova, ed. Galata), da pochi giorni in libreria: il ricavato, precisa il fotografo, sarà interamente destinato alle persone danneggiate dal crollo del ponte. E l’ultimo degli scatti esposti a Lodi impressiona per la somiglianza con la foto, rimasta nella memoria di tutti dopo il 14 agosto, del camioncino fermo sull’orlo del baratro: «È il collegamento – dice ancora Mendichi – tra il passato e l’attualità».

Leggi l’approfondimento sull’Edizione de Il Cittadino di Lodi in edicola martedì 9

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