Il quaderno di viaggio è un diario sullo spirito

Il quaderno di viaggio è un diario sullo spirito

Con il libro di Sylvain Tesson, una geografia dell’anima, apriamo il nostro scaffale della settimana

Un diario di viaggio, all’apparenza. Ma molto di più nella sostanza. “Sentieri neri” di Sylvain Tesson è il primo libro che sistemiamo sul nostro scaffale della settimana. Parto? Parto. Sbrogliando prima l’incombenza delle valigie: dopo resoconti di viaggio memorabili (“Beresina”) e principi esistenziali non sempre rispettati (“Nelle foreste siberiane”), Sylvain Tesson cade ubriaco da un tetto, rompendosi tutto. Attenzione, Sylvain non è il personaggio di un libro, ma proprio il suo autore: camminatore, scrittore, filosofo e bevitore, non per forza in quest’ordine, come si è visto. Al risveglio in ospedale, di fronte alla magnanimità dei medici, promette a se stesso: «Se me la cavo, traverso la Francia a piedi». Poca cosa, direte giustamente, per chi ha danzato sulle vette delle montagne, compiuto la ritirata di Russia in sidecar e trascorso un anno in solitudine in una capanna sul lago Balkan. Vero, eppure grande libro il suo. In ogni riga, pensiero e respiro di “Sentieri neri” - appena pubblicato da Sellerio - c’è tutto il cuore del nostro Tesson, dalla sincerità sconcertante del suo stato di salute (i chiodi nella schiena conseguenti all’operazione e una paralisi facciale da recuperare) alla profondità geografica dello sguardo. In una frase dalla prefazione: «Esisteva ancora tutta una geografia minore: bastava saper leggere le carte, non evitare le deviazioni e sapersi aprire un passaggio. Lontano dalle grandi strade, c’era una Francia ombrosa, al riparo dal rumore, risparmiata dalla pianificazione che è la profanazione del mistero. La campagna del silenzio, degli alberi di sorbo, delle civette e dei barbagianni. I dottori, col loro linguaggio da agenti del Politburo, raccomandavano di “rieducarsi”. Rieducarsi? Bene. La prima cosa da fare era tagliare la corda». (Sylvain Tesson: “Sentieri neri”: Sellerio, Palermo 2018, pp 160, € 15).

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Non è più difficile di quanto lo era fino a qualche tempo fa staccare la visita di una mostra dal catalogo ad essa collegato. Spesso la sopravvivenza dell’uno era strettamente legata alla tenuta nella memoria dei visitatori dell’altra. Tutt’al più la vita postuma di un catalogo poteva servire ai pianali di ampie biblioteche familiari o sì, molto più utile a seconda dei punti di vista, a studi specifici su questo o quell’altro artista. C’è da dire che oggi, finalmente, le cose non stanno più così e la vita di una catalogo una volta giustificato l’acquisto tende per le proprie caratteristiche, che non riguardano il formato ma i contenuti, a mutarsi in oggetto libro, autonomo e slegato da ciò che è stato originato: per l’appunto una mostra. Uno di questi è “John Ruskin. Le pietre di Venezia”, pubblicato dalla Marsilio e curato da Anna Ottani Cavina, che ha celebrato l’omonima mostra ospitata nelle sale del Palazzo Ducale di Venezia, tra i mesi di marzo e giugno scorsi. (John Ruskin. Le Pietre di Venezia: a cura di Anna Ottani Cavina, Marsilio, Venezia, 2018 pp. 225 euro 40).

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«Per quanto riguarda Robespierre la Rivoluzione non è ancora terminata». Lo scrive nell’introduzione al suo profilo biografico Jean-Clément Martin a certificare, quasi per paradosso, la peculiarità della figura dell’avvocato di Arras, padre della Rivoluzione del 1789 ma anche - per alcuni - suo affossatore nel momento in cui avviò la fase del cosiddetto Terrore. Fase della quale finì vittima lui stesso in un’ordalia di sangue che vide cadere in pochi anni decine di teste, senza più distinzione fra rivoluzionari e controrivoluzionari. L’autore prova a districarsi in questa avvincente storia, personale e nazionale, e lo fa con acume e bello stile. (Jean-Clément Martin: “Robespierre” ed. Salerno, Roma 2018, pp. 269, €22).

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La morte, avvenuta alla fine di agosto di tre anni fa, sembra non aver oscurato la produzione editoriale di Oliver Sacks. Il celebre medico di “Risvegli” sembra aver rivolto l’attenzione dei suoi ultimi anni vita, nella consapevolezza dell’avvicinarsi della fine, al proprio futuro intellettuale che pur postumo avrebbe potuto dare ancora molto. Dunque, dopo la bellissima autobiografia di “In movimento”, in cui il neurologo rivela l’Oliver meno conosciuto, Sacks lascia un’ulteriore raccolta di saggi a beneficio dei suoi tanti lettori. “Il fiume della coscienza” è il titolo dato alla raccolta di documenti che Sacks fino a poche settimane prima di morire aveva sulla scrivania e che doveva rappresentare nelle intenzioni dello scrittore-scienziato una summa-sintesi dell’intero ventaglio dei suoi interessi. (Oliver Sacks: “Il fiume della coscienza”, Adelphi, Milano, 2018 pp. 213, € 19).

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