Sorrentino e la parabola di Silvio: dopo “Loro” restano le macerie

Sorrentino e la parabola di Silvio: dopo “Loro” restano le macerie

In sala la seconda parte del film del regista con Toni Servillo nei panni di Berlusconi

Lui, infine, dopo Loro. Berlusconi, quasi nascosto per tutto il lungo prologo. E lui, Sorrentino, che riappare con il suo cinema, insieme al suo protagonista. Loro 2 rende ancora più chiaro quello che dal primo film si intuiva: il progetto è un corpo unico che si ricompone in questa seconda parte, in cui Silvio diventa elemento centrale e praticamente onnipresente (addirittura “doppio” in una scena, ma andiamo per gradi…).

Lui, Berlusconi, il grande venditore. Il piazzista, di case, programmi tv, contratti politici. Sorrentino lo racconta profondamente solo nonostante la folla che lo circonda, maschera tragica e crepuscolare, disegnata con un tono amaro, a tratti quasi compassionevole.

«La sinistra non riesce a mettermi a fuoco: pensa sempre che tutto sia sempre complesso…» e invece è tutto dannatamente semplice, superficiale anche, proprio come la sua tv, come il prodotto che per trent’anni quest’uomo ha saputo vendere agli italiani. Ci sono le cene a Villa Certosa, ma non c’è bisogno del Bunga Bunga, non è questo che il film deve raccontare. C’è il Berlusconi circondato dalle coppe vinte riprodotte in salotto, che sembrano non dare più un briciolo di gioia, e c’è il vulcano, finto come quasi tutto il contorno della corte dell’imperatore. C’è Veronica da riconquistare e ci sono intuizioni che fanno prendere improvvisamente quota al film: il “doppio” Toni Servillo nel dialogo tra Silvio ed Ennio (Doris?); e il monologo della lunga telefonata notturna, scena chiave come in Frost/Nixon che svela e racconta Berlusconi meglio di centinaia di pagine lette in tutti questi anni.

Loro 2 sposta l’obiettivo dai margini verso il centro e trova, un po’ a sorpresa, il vuoto. Quello che Sorrentino immagina ci sia nell’animo del protagonista, imprenditore, politico, uomo di successo, arrivato alla parte finale della sua recita. Regista e sceneggiatori aggiungono degli elementi di “cronaca” (L’Aquila, la dentiera regalata alla nonnina, le feste, il distacco dalla moglie, la compravendita dei senatori), ma non sono questi il cuore del racconto. Al centro c’è il Berlusconi che nella prima parte del film era un fantasma perché non si vedeva e qui lo è perché sembra imprendibile, impossibile da decifrare. A patto di non usare il metro più semplice, di non restare sullo stesso campo di gioco degli attori di questa commedia grottesca durata due decenni.

Messi da parte le feste, i trenini, i nani e le ballerine Sorrentino ci lascia in mano il vuoto pneumatico di Villa Certosa all’alba, una volta spenta la musica. E dopo Loro, dopo Lui, ci siamo anche “noi”, tutti, sul finale. Seduti attorno alle macerie simboliche del Paese (L’Aquila) distrutto dal terremoto.

Lucio D’Auria

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