Il “mondo perfetto” e l’utopia di Captain Fantastic

Il “mondo perfetto” e l’utopia di Captain Fantastic

Lucio D’Auria

È un mondo perfetto, la Repubblica di Platone riedificata sulle montagne dell’America del Nord, o è un’utopia bellissima ma fallimentare, destinata ad andare in frantumi? Una maniera illuminata per crescere dei «re filosofi» o un terribile abbaglio, peggio ancora, un’illusione che finirà per rendere tutti quanti degli infelici?

Lontano da tutto e da tutti, nelle foreste americane, vivono Ben e i suoi sei figli, unici cittadini di un pianeta a parte, una “Repubblica” fondata su regole e leggi che poco o nulla hanno a che vedere con quelle del mondo civile: qui si festeggia il compleanno di Noam Chomsky invece dell’arrivo di Babbo Natale, e si seguono i principi del filosofo diventati manifesto no global dimenticando del tutto il mondo reale che sta fuori, lontano anni luce. Ma è davvero una società ideale quella costruita da Ben? Tutti (spettatori per primi) se lo chiederanno quando la vita farà irruzione drammaticamente in questo universo a parte presentando un conto pesante e non così semplice da regolare.

Diretto da Matt Ross e premiato a Cannes (miglior regia a Un certain regard) e Roma (premio del pubblico) Captain Fantastic è davvero «un film interessante», anche se la definizione farebbe imbestialire Ben e i suoi stessi ragazzi... Impossibile in effetti uscire dalla sala con un giudizio così semplicistico, riferito a un film tanto complesso. Nascosto dentro un costume colorato ed eccessivo che ricorda a tratti Wes Anderson si trova infatti un piccolo grande film che parla in maniera semplice, ma affatto banale, di educazione, decrescita felice e modelli di comportamento, intrecciando moltissimi temi (affrontati forse un po’ troppo velocemente, e a tratti in maniera un po’ schematica, se un difetto lo si deve trovare…). Le regole che questo padre impartisce ai figli sono spesso sacrosante, anche se il metodo alla fine è quasi militaresco: il sogno forse è davvero la Repubblica di Platone ma gli slogan utilizzati rischiano di minare quella stessa libertà di pensiero che Ben sogna possa guidare per sempre i suoi figli. Quindi «gli ospedali sono luoghi costruiti per i sani che vogliono morire» o «non aspettatevi rinforzi» urlato mentre tutti insieme si esercitano tentando l’arrampicata a una montagna sono insegnamenti che presto riveleranno le loro contraddizioni. Anche se Ben è in buona fede, anche se l’intento è davvero quello di crescere i ragazzi con sani principi e in buona salute, lontano dal consumismo sfrenato, dalle bevande gassate, da un mondo in cui «l’affare più grande sono gli affari»...

Captain Fantastic ha il pregio di instillare il dubbio, di passare i fondamenti di un’educazione radicale mettendoli anche in discussione, e se il tono per gran parte del tempo è quello della commedia è chiaro che si sta vedendo tutt’altro. Ross non ha la profondità di Eastwood né il suo senso del dramma quando guarda al “mondo perfetto“, ma ha il pregio di mantenere il film in mano fino alla fine - anche se il “terzo atto” non tiene quanto tutto il resto - e al momento di chiudere il cerchio non ha bisogno di parole per dare una sua personale risposta su quale sia alla fine il mondo ideale.

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