Il senso dell’appuntamento del 26 maggio: si guardi al futuro

di Stefano De Martis

Non sembrano passati cinque anni ma un secolo, rispetto alla precedente tornata elettorale europea, tali e tanti sono stati in cambiamenti intervenuti nel contesto nazionale e internazionale. Era il 25 maggio del 2014 e la percentuale di italiani che andò alle urne non raggiunse il 60%: era la prima volta che accadeva in un’elezione non locale.

L’affluenza fu del 58,7% (escludendo il voto all’estero). Un risultato che ci collocava comunque al quarto posto tra gli Stati della Ue ma che rappresentava un calo di ben 7,7 punti rispetto alla precedente tornata e addirittura di 13 punti rispetto al 2009.

Che cosa ci si può aspettare per il prossimo 26 maggio?

I sondaggi mettono in evidenza un’elevata percentuale di indecisi (sia rispetto alla scelta del partito, sia rispetto alla decisione di partecipare al voto). È innegabile, tuttavia, come questo appuntamento elettorale europeo abbia assunto una rilevanza politica che forse non aveva mai avuto in passato.

Non soltanto per le possibili ripercussioni interne, ma soprattutto per le conseguenze dirette sugli equilibri dell’Unione e sul suo futuro. E’ possibile immaginare, in Italia, un’inversione di tendenza, con una ripresa della partecipazione che dalle prime elezioni europee del 1979 è scesa di quasi 27 punti percentuali?

I precedenti elettorali interni più ravvicinati non offrono indicazioni univoche. Con il 72,9% di votanti, l’affluenza nelle elezioni politiche dello scorso anno ha segnato il livello più basso delle serie storiche della Repubblica. Eppure tutti gli osservatori hanno commentato questo esito nel senso di una sostanziale tenuta rispetto alle politiche del 2013, quando si era arrivati al 75,2%.

Non c’è stato, infatti, il temuto crollo della partecipazione, a dimostrazione del fatto che la percezione della rilevanza della posta in gioco e l’ingresso di nuovi soggetti in grado di intercettare il voto di protesta possono efficacemente compensare gli effetti della disaffezione dei cittadini nei confronti del sistema politico. Non è un caso che in Spagna le recentissime elezioni nazionali abbiano registrato un aumento dell’affluenza di oltre il 9%.

Quanto al voto locale, per limitarsi ai primi mesi del 2019 la partecipazione è cresciuta nelle regionali in Sardegna e in Basilicata, mentre è diminuita in Abruzzo e anche nel piccolo test amministrativo siciliano. È tuttavia ragionevole ipotizzare che tali variazioni siano dovute per lo più a fattori specifici operanti nelle diverse situazioni. Peraltro anche le prossime elezioni europee (come accadde già cinque anni fa) saranno affiancate dal voto regionale (Piemonte) e da un’importante tornata amministrativa.

Ma a decidere della partecipazione sarà innanzitutto la consapevolezza dei cittadini circa il momento cruciale che l’Unione sta vivendo, tra la necessità di un cambio di marcia nelle sue istituzioni e la messa in discussione dei suoi valori fondanti di libertà e solidarietà. In Italia c’è il rischio che lo scontro politico nella maggioranza di governo finisca per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal senso autentico dell’appuntamento del 26 maggio. E sarebbe un danno per tutti.

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