La Cina è sempre più vicina, anche nell’agroalimentare

di Andrea Zaghi

La Cina è sempre più vicina. Anche – e forse soprattutto – in campo agroalimentare. E non si tratta solamente, come è evidente, delle migliaia di ristoranti cinesi che popolano le nostre città, ma di un interscambio alimentare che va ben al di là dei piatti tipici dell’estremo oriente. Un flusso di prodotti che, con l’avvio concreto della Via della seta e con la serie di accordi commerciali stipulati, prenderà sempre più corpo e peso nella bilancia import-export del nostro Paese e del quale occorre conoscere bene i confini.

A fare i conti che ha pensato – dal fronte agricolo -, Coldiretti che ha sottolineato recentemente la tendenza alla crescita delle esportazioni italiane verso la Cina. Sulla base dei dati relativi a gennaio 2019, il balzo in alto sarebbe stato pari al 17%; ma – ed è quello che più conta -, la tendenza alla crescita sarebbe in atto da diverso tempo. Nel 2018 è stato addirittura raggiunto un traguardo storico con prodotti esportati per 439 milioni di euro, un valore che è più che triplicato negli ultimi 10 anni (+254%). E’ l’effetto, fa notare proprio Coldiretti, della “progressiva apertura del gigante asiatico a stili di vita occidentali”.

Nel paniere di prodotti destinato ai consumatori cinesi, ci sono poi alcuni dei migliori prodotti italiani. Con il vino a fare la parte del leone con un aumento dell’11% il valore delle spedizioni nel 2019; alle bottiglie seguono poi i formaggi che praticamente raddoppiano le esportazioni (+95%) ma anche l’olio di oliva, la frutta e i dolci.

Tutto, fa notare la stessa Coldiretti, potrebbe adesso ricevere un impulso ancora più forte dai nuovi accordi con la Cina per l’esportazione nell’agroalimentare, dalle arance alla carne suina congelata, che sono stati siglati nell’ambito della Via della seta.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia.

La Cina, infatti, esporta prodotti alimentari in Italia per circa 594 milioni di euro. L’indicazione che emerge subito, quindi, è quella della necessità di un riequilibrio commerciale importante, visto che le importazioni italiane di prodotti cinesi eccedono del 35% circa le vendite di prodotti italiani. “A frenare le spedizioni agroalimentari Made in Italy – spiega una nota dei coltivatori diretti -, sono infatti le barriere tecniche ancora presenti per molte produzioni nazionali”. Quello delle barriere non tariffarie è d’altra parte un vecchio strumento di politica protezionistica. La Cina pone ostacoli all’arrivo di merci dall’estero per motivi fitosanitari, per esempio chiedendo assicurazioni sulla assenza di patogeni frutticoli (insetti o malattie) non presenti sul proprio territorio con estenuanti negoziati e dossier che durano anni e che affrontano un prodotto alla volta. “L’aspetto paradossale di questa vicenda è che mentre i prodotti italiani sono bloccati – sottolinea l’organizzazione agricola -, la Cina può esportare nella Penisola pere e mele ma in Italia si è anche verificata una vera invasione di pericolosi insetti alieni dannosi alle coltivazioni arrivati, più o meno direttamente, dalla Cina”.

E non basta. Perché al di là degli accordi commerciali che possono agevolare l’apertura di nuovi mercati per i prodotti agroalimentari nazionali, occorre anche tenere conto che sempre la Cina è anche al secondo posto a livello mondiale tra i Paesi che hanno fatto scattare maggiori allarmi alimentari nell’Unione Europea nel corso del 2018. La morale in questa vicenda? E’ giusto voler puntare al riequilibro della bilancia commerciale con il colosso asiatico (e se possibile far prevalere le esportazioni sulle importazioni), ma è necessario anche fare molta attenzione agli aspetti sanitari dell’interscambio, così come a quelli etici.

Insomma, che la Cina sia sempre più vicina è un dato di fatto, che questa condizione sia in termini assoluti un vantaggio è tutto da vedere.

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