Personaggi della Passione: il misterioso Nicodemo

di don Guglielmo Cazzulani

A Nicodemo, personaggio misterioso, il vangelo di Giovanni dedica più di una pagina. Gesù lo incontra durante il suo primo pellegrinaggio a Gerusalemme: Nicodemo è stupito per i miracoli e la predicazione dell’astro nascente venuto dalla Galilea. Il vangelo rimarca come questo convegno fosse di natura quasi clandestina, vissuto nel cuore della notte. Nessuno può dire se in quel crepuscolo di lunghi dialoghi Gesù e Nicodemo si siano veramente capiti. Il dottore della Legge bada al concreto, nelle sue domande rivela una buona dose di pragmatismo, mentre Gesù dà sfogo a tutta la sua poesia, parlando per immagini: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Però, se quelle parole sono poi finite nei vangeli, si sospetta che sia stato proprio Nicodemo ad averle traghettate. A volte nella vita succede: uno ascolta una frase, e quella ti rimane lì, scavandoti dall’interno, come farebbe un tarlo. Cosa vuol dire che Dio non giudica il mondo, nemmeno nelle sue distorsioni più viziose, ma lo ama quasi carnalmente tanto da offrire per esso il sacrificio del suo Unigenito?

Così Nicodemo fa la figura del primo studente di teologia che ha a che fare con un Dio che nessuno avrebbe mai pronosticato. La croce è un ribaltamento: credere significa nascere di nuovo, plasmare i pensieri in una forma completamente diversa da quella che fino ad allora avevamo concepito.

Nicodemo torna bambino; interroga Gesù: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. E Gesù racconta di uomini nuovi che non nascono solo dalla carne, ma anche dallo Spirito e dalla verità.

Ricomparirà nei vangeli più avanti, quando i capi dei sacerdoti e i farisei stanno ormai tramando per mettere Gesù nel sacco. Trova il coraggio di mettersi di traverso ad una sentenza sommaria, che qualcuno ha pronunciato in maniera affrettata. Sbotta: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Torna il suo pragmatismo, la sua esigenza di badare al sodo, di capire la vita sempre dal basso. Poi si eclissa nuovamente, e di lui non sappiamo più nulla fino ai racconti di passione, dove torna inaspettato al momento della deposizione: collaboratore di Giuseppe d’Arimatea nei riti funebri, che compie recando con sé “trenta chili di una mistura di mirra e di àloe”.

Dov’era nella notte in cui Gesù venne condannato a morte? Che opinioni difese in quell’ultimo parlamento di barbe bianche che sentenzia la morte di un innocente? Nessuno lo sa: di lui si tace. Però Nicodemo è membro del sinedrio, componente autorevole dell’esecutivo ebraico: difficile pensare che sia stato completamente all’oscuro di tutto. Forse, in quella notte dei lunghi coltelli, viene relegato nell’angolo, estromesso dalla stanza dei bottoni, perché i suoi tentennamenti danno fastidio e soprattutto sono di imbarazzo a chi vuol far fuori Gesù. Nel fuggifuggi generale sopravvive così per Gesù uno sguardo amico. Forse perfino all’interno del sinedrio, come voce di minoranza, Nicodemo adduce ragioni e cerca di incrinare con il sospetto la forza di un dogma che nessuno vuole più mettere in discussione: Gesù deve morire.

È uno sguardo che annega, quello di Nicodemo. È un amico che soffre in silenzio e si accorge di non poter fare nulla: questa probabilmente è stata la sua passione e il martirio di una colpa che in taluni macera per tutto il resto della vita. Così, grazie a Nicodemo, non è vero che Gesù è completamente solo. I discepoli fuggono nel parapiglia del Getsemani, Pietro resiste fin nel cortile della casa del sommo sacerdote. Però il mondo degli oppositori di Gesù non è stato un monoblocco come talvolta siamo indotti a credere. C’è quella crepa che continua a ramificarsi sulla superficie del vaso: Nicodemo. “Etiamsi omnes, ego non”, aveva assicurato Pietro, certo del suo coraggio. “Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Nonostante la sincerità della promessa, Pietro non manterrà fede alla parola data. Sarà anche lui uno di tanti: uomo figlio di vanità e codardia. Dove non poté Pietro, arriverà però Nicodemo che, al contrario del capo degli apostoli, sembra aver abbracciato una fede molto meno granitica, molto più incline al dubbio e al tormento. Diventerà così l’emblema di chi non si allinea. Nessuna barbarie, nessun olocausto, nessun colpo di stato, nessuna rappresaglia ha mai ottenuto l’unanimità dei consensi. C’è sempre un qualche Nicodemo che non si sottomette al pensiero collettivo, continuando il suo mestiere di crepare la superficie del vaso. “Ego non”, io no.

Forse per questo motivo sarà inspiegabilmente amato nella storia dell’arte. Nella “Pietà Bandini”, Michelangelo chiederà proprio a Nicodemo di offrire spazio per il suo autoritratto. Stessa cosa farà il Caravaggio, in quella “Deposizione dalla croce” che possiamo ammirare nella pinacoteca vaticana.

Tutti sentiamo il bisogno che sopravviva in noi qualcosa di Nicodemo, uomo dalla fede dubbiosa, che nuota sott’acqua per tutti i vangeli, e che sembra non affiorare mai in superficie. Ma che, nel momento decisivo, non smarrisce il senso di umanità: la stessa che lo fece dissentire quando l’aria di Gerusalemme si impestava di violenza. La stessa pietà che gli fece onorare il cadavere di un innocente contraddicendo quella follia collettiva che aveva condotto Gesù fino alla croce.

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