I personaggi della Passione: le soldataglie e il centurione

di don Guglielmo Cazzulani

C’è soldataglia di ogni colore, all’interno dei racconti della Passione. Ci sono soldati benevoli, come il centurione romano messo di guardia alla croce di Gesù Cristo, che emette la sua professione di fede proprio nel momento più inaspettato; ma ci sono anche sgherri e marmittoni, uomini rudi e mercenari che si lasciano corrompere dal luccichio di poche monete.

Gesù attraversa la loro muraglia mantenendosi calmo e gentile: splende come quel volto diafano che è stato dipinto da Hieronymus Bosch per una celebre tavola custodita nel museo di Gand. Al centro del dipinto c’è un volto che sembra quasi assopito, incorniciato da una corona di ghigni ridicoli e cannibaleschi. I soldati appaiono più di una volta nel corso del racconto della passione. Di nessuno di essi il racconto dei vangeli tramanda il nome: è anche difficile capire il ruolo e il grado di tutti i commilitoni. Ma a loro viene affidato il lavoro sporco di portare a termine, condendo con una buona dose di sevizie gratuite, quella esecuzione capitale.

Obbediscono.

È il verbo spietato di ogni disciplina militare. La regia del male è sempre altrove. Nel caso di Gesù, la si deve ricercare nelle trame del sinedrio, o nei tentennamenti di Pilato che non se la sente di prendere, proprio in quella festa di Pasqua, una decisione impopolare.

Obbediscono: verbo dietro cui si sono difesi i carnefici di mille guerre, che siano i criminali nazisti seduti sugli scranni del processo di Norimberga, o gli aguzzini di una dittatura sudamericana.

È lo stesso verbo contro cui si scagliò don Lorenzo Milani, quando proclamò che l’obbedienza non era più un dogma: bisogna “avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Così i soldati dei vangeli divengono i responsabili di nefandezze. Non c’è versetto che ci induca a ritenere che qualcuno di loro abbia avuto un’esitazione interiore, una difficoltà a mettere in pratica ordini precisi nei confronti di un condannato così inerme. Si comportano nei vangeli come se fossero degli automi, privi di sentimenti. Anzi, in qualche misura il loro servizio sembra oltrepassare la misura che è stata fissata dai capi. Per Gesù c’è il dileggio, il sadismo, la cattiveria. Chi per professione è abituato ad affrontare la forza e la crudeltà, alla fine rimane in qualche misura intossicato dallo stesso veleno.

Ma c’è un particolare, in queste vicende di disumanità, che colpisce.

Siamo ancora agli inizi della Passione, Gesù ha ricevuto la condanna del sommo sacerdote, e contro di lui si scatena la rabbia del potere costituito e dei suoi portaborse. Sembra l’inizio di un linciaggio e forse vi concorre anche qualche guardia messa a servizio dell’autorità religiosa. Su Gesù si rovescia una tempesta di schiaffi, di sputi, di percosse. Però nei vangeli c’è un piccolo particolare che apparentemente sembra senza significato: Gesù viene bendato. Certo, può essere un gioco spietato, un ulteriore particolare aggiunto ad un cumulo di azioni criminali. Però qualcuno vi intuisce un dettaglio. Gesù indifeso e in balia degli eventi ha ancora un’arma micidiale: il suo sguardo. Quante volte nei vangeli era apparsa la capacità di quegli occhi di parlare, di dire segreti che non si possono stipare nelle parole. Gesù vede, Gesù fissa, Gesù penetra. Lo sguardo di Gesù è stato capace di compiere miracoli o di far capitolare peccatori che speravano che qualcuno aprisse loro una fessura di misericordia. Gesù che guarda è ancora un pericolo: quegli occhi possono tutto. Quegli occhi possono ancora impietosire o contorcere un’anima. D’altra parte, non è così che si giustiziano gli uomini, mettendo una benda davanti agli occhi del condannato, perché non veda, e forse anche perché nessuno possa veramente vederlo?

Nello sguardo di un innocente che muore c’è qualcosa di vendicativo nei confronti del male, qualcosa che possiede tanta forza da rovesciare un universo intero. Satana non è mai morto per nessuno, e questo è il suo inferno; mentre Dio dimostra la sua onnipotenza nell’attimo stesso del Calvario.

La mitezza di Gesù rimane così sovrana mentre fuori dilaga il male.

Il bene, anche da morto, anche se apparentemente sconfitto, risorge.

Questo è uno sguardo moderno, quello di padre Pino Puglisi. Venne assassinato dalla Mafia nel 1993.

Ciò che è rimasto, degli ultimi istanti della sua vita, è la testimonianza che ci ha lasciato il suo assassinio, mentre puntava la pistola: “Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso… Io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo ancora provato nulla del genere. Me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti dei miei parenti. Quella sera cominciai a pensarci: si era smosso qualcosa”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti ( 0 ) Regolamento Commenti: Prima di commentare gli utenti sono tenuti a leggere il regolamento del sito . I commenti che verranno ritenuti offensivi o razzisti non verranno pubblicati e saranno cancellati.