Una preghiera su una panca, per chi ne aveva più bisogno

di Guglielmo Cazzulani

In questi giorni di fine inverno entro in chiesa, mi accomodo su una panca, e non la trovo gelida come pensavo fosse: qualcun altro si è seduto prima di me, per pregare. Non so chi sia stato, ma un po’ della sua umanità resta appiccicata alla mia. Mentre parlo con Dio, mi distraggo.

Siamo tutti fratelli, in questa parrocchia, parte dello stesso corpo.

Però, numerosi come siamo, la nostra è una comunità sui generis: nessuno conosce il nome e la traiettoria di vita di tutte le persone che vengono a messa; ci vogliamo bene un po’ così, con i rapporti sfilacciati, senza raggiungerci nel profondo. Quelli che vengono alla messa di metà mattina un po’ respirano dell’umor acqueo che hanno lasciato sospeso nell’aria coloro che sono venuti a messa all’alba. Tutti, come in una metropolitana, inaliamo i respiri degli altri. Però, se qualcosa del mistero di Cristo è valido anche per noi, siamo segretamente legati gli uni agli altri da fili che assomigliano a cavi dell’alta tensione. Puoi sempre trasmettere un po’ di energia al pilone che sta davanti a te.

Le distrazioni si accavallano, per cui penso a quel famoso racconto di Italo Calvino che narra la vicenda di due sposi che si amavano teneramente, però non si incrociavano mai: lui operaio del turno di notte, lei impiegata in ufficio. Quando all’alba lui rientrava a casa dal lavoro, le preparava il caffè per la colazione; quando lei rincasava, per lui era quasi arrivato il momento di dover uscire. L’unica tenerezza era cercare nel letto matrimoniale quell’impronta calda che il coniuge aveva lasciato nella sua parte di giaciglio.

Oggi non ho preghiere per me, la lascio sulla panca. Chi ne ha bisogno se la prenda, come io ho rubato quell’alone di preghiera che qualcuno ha impresso nel legno prima che arrivassi io. Operai, impiegati, studenti, preti: in chiesa parrocchiale facciamo tutti la parte del gregario che non ha un campione da ossequiare. Ci passiamo la borraccia, quando qualcuno avverte la sete; ci diamo una pacca sulla spalla, quando la salita si fa dura.

Se oggi non avete bisogno di una preghiera per voi stessi, lasciatela sulla panca. C’è sempre qualcuno dopo di voi che la raccoglie: e magari gli arriva proprio nel momento giusto. Forse nell’istante in cui pensava di essere abbandonato, credendo gli fosse rimasto solo Dio in questo mondo.

E invece non era vero: c’era quella preghiera sulla panca, dimenticata dalla pietà di qualcuno che l’ha abbandonata per elemosina, a disposizione di qualcuno che ne aveva più bisogno.

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